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Costituzione della società amatori cane corso, evoluzione della razza fino allo standard stato attuale e prospettive

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Tratto dal 1° Convegno Nazionale
CIVITELLA ALFEDENA – 16/17 Giugno 1990

Il Cane Corso
Caratteristiche e contributi per la definizione dello standard.

Stefano Gandolfi
Presidente della S.ACC.

Parlare del Cane Còrso significa per me percorrere a ritroso quasi tutti quei momenti che riuscii a strappare allo studio ed al lavoro da quando, adolescente, ebbi il mio primo incontro con questo splendido cane.
Avevo 16 anni, nel maggio del ’79, e stavo leggendo, o per meglio dire divorando, le pagine di quella meravigliosa monografia non solo cinotecnica, ma anche di cultura, storia e tradizioni, che è il testo di Paolo Breber sul Cane da Pastore Maremmano Abruzzese.
Tra le tante foto riprodotte, una particolare catturò la mia attenzione:
in prirno piano si vedeve un bel soggetto di Pastore Abruzzese, Che pareva avanzare verso il fotografo, in secondo piano, si intravedono le sagome di 2 cani di taglia medio-grande dal pelo corto e nero.
La riproduzione non era abbastanza contrastata per lasciar capire di che tipo di cane si trattasse, ma nel libro si spiegava che i 2 soggetti erano dei Cani Corso, un antico molossoide pugliese.
Certo non era molto, ma il fatto di per sé straordinario, che un’antica razza italiana riemergesse dalle nebbie della nostra spesso trascurata tradizione zootecnica, bastò a scatenare in me un irrefrenabile entusiasmo.
Ero allora un cinofilo neofita, la mia cultura in fatto di cani era limitata a quanto avevo appreso dalle monografie sulle diverse razze, che di volta in volta suscitavano il mio interesse.
Ciò nonostante era già forte in me la volontà di apprendere quanto più possibile su questo cane e già nutrivo la speranza di poterne portare qualche esemplare a Mantova, la mia città.

Le prime persone a fare le spese del mio entusiasmo furono i fratelli Malavasi, titolari di un allevamento di Pastori Tedeschi che mi aveva to più soggetti, ai quali ero legato da forte amicizia, senonaltro perché subivano quasi quotidianamente le mie velleità di addestratore.
Sulle prime non fu facile superare il loro scetticismo sull’opportunità d’interessarsi ad una razza della quale non si sapeva praticamente nulla e sulle cui attitudini si potevano tutt’al più fare delle ipotesi; ma la mia insistenza fu tale che riusci almeno in parte a dissipare i loro dubbi.
Decidemmo cosi di entrare in contatto con il dott. Breber e, ottenuto il suo indirizzo dalla casa editrice, gli inviammo una prima missiva complimentandoci per il libro e chiedendo ragguagli sul Cane Còrso.
Nella prima metà di giugno ci arrivò la tanto agognata risposta. Breber ci scriveva che aveva inziato con un amico il recupero della razza essendo in possesso di un maschio e 2 femmine ben in tipo, continuava consigliandoci di leggere l’articolo che aveva scritto su I Nostri Cani sei mesi prima e concludeva lodando l’alta addestrabilità della razza nel campo della guardia e della difesa.
Questo primo contatto ci incoraggiò, e cosi, dopo lo scambio di un altro paio di lettere, ci accordammo con lui per incontrarci e valutare assieme un’eventuale collaborazione il perfezionamento della razza.
A luglio Breber venne a trovarci a Mantova, ci forni ulteriori informazioni sul Cane Còrso, e si rese disponibile a farci da guida in Puglia per permetterci di avere un primo contatto con gli esemplari che aveva rintracciato.
Il viaggio in Capitanata ebbe luogo a settembre e l’impatto con la razza fu per Luciano Malavasi e me esaltante e al tempo stesso deludente.
Certo i cani esistevano e lasciavano intravedere più che esplicitamente tutte le loro potenzialità, ma i soggetti apparivano, a persone come noi abituate a razze con decenni di selezione alle spalle, eterogenei e, soprattutto, pochissimi.
I cani che ebbirno l’occasione d’incontrare furono 4 femmine e 2 maschi.
I punti in comune più evidenti dei 6 esemplari erano la taglia medio grande, la muscolatura sviluppata e nevrile inserita in una conformazione mesomorfa, la testa squadrata con mascelle larghe e robuste, la pelle spessa ed aderente, il pelo corto ma non raso a pelo di vacca, ci spiegò Breber i colori fulvo chiaro e tigrato.
Nell’insieme i cani apparivano molto nobili ed atletici, con caratteristiche marcatamente molossoidi, privi di ogni pesantezza e quindi ben diversi dall’altro molosso nazionale che è il Mastino Napoletano.
La testa, ed in particolare il rapporto tra la sua lunghezza totale ed il muso, era invece la parte anatomica causa di maggiore eterogeneità e motivo per Malavasi e me di grosse perplessità.
Una prima valutazione, puramente visiva, identificò 2 tipologie di cane.
Due femmine, Alma e Cocab, tra loro sorelle, avevano una testa alaneggiante con dentatura che chiudeva a tenaglia; la loro madre, Brina, aveva
invece un muso un po’ più corto della testa anche se, questa nell’insieme non
si discostava molto dalle precedenti.

Brina

In modo più evidente i rapporti muso-testa cambiavano nei rimanenti
3 esemplari. Tipsi, sorella di Alma e Cocab, chiudeva a forbice rovesciata
e aveva il muso lungo pressapoco poco più di un terzo della testa;

Tipsi

Tappo,
uno splendido maschio della medesima cucciolata, era leggermente progna-
toma con un muso un po’ più lungo di Tipsi.

Tappo

Infine Picciut, imponente e vecchio cane appartenente ad un pastore di S. Paolo Civitate, era leggermente prognato come il figlio Tappo, ma con un muso che era circa un terzo della
lunghezza totale della testa.

Picciut

Lo stop era per tutti gli esemplari abbastanza pronunciato.
Breber ci rincuorò e raccontò che il dubbio su quale dei 2 tipi fosse il Cane Còrso più caratteristico lo accompagnava sin da quando nell’ottobre del ’74 ebbe il prino contatto con 5 soggetti all’Esposizione di Foggia.
Una coppia proveniva da Lucera, un’altra da Montella (AV) ed un maschio da Ortanova.
Quest’ultimo, pur decisamente molossoide, era alto sugli arti ed alaneggiante, i 4 rimanenti erano invece col muso corto e gambi più basse.
Breber acquistò dal proprietario della coppia di Lucera la sua femmina, Mirak.
La cagna presentava evidenti tracce di rachitismo, dovuto probabilmente ad una non appropriata alimentazione, ed era prognata.

Mirak

Un’autorevole rassicurazione sulla tipicità della cagna gli venne fornita dal Prof. Giovanni Bonatti, colui che essendo da tempo in corrispondenza con Breber, gli aveva segnalato in una lettera del dicembre ’73 la possibile presenza in puglia di «un cane molossoide a pelo corto, differente dal Mastino Napoletano, simile al Bull Mastiff, rassomigliante al Cane da Presa di Maiorca». Aggiungeva che «il prof. Ballotta aveva visto parecchi esemplari
di questa antica razza».
Infatti, in una missiva dell’ottobre del ’74, Bonatti informava Breber di essersi recato a settembre, insieme al dott. Morsiani e al prof. Ballotta, il quale forni una accurata descrizione degli esemplari da lui osservati in puglia nel ’72.
Commentando poi le foto ricevute da Breber, scriveva: “sembrano leggermente prognati, il collo è distinto, arcuato..” Ricordava, infine, come il cane fosse l’accompagrlatore delle mandrie di bufali nelle Murge.
In un’altra lettera dell’agosto del ’75, al fine di rassicurare ulteriormente Breber sulle caratteristiche di Mirak, scriveva: “il prognatismo è (per quanto de visu mi consta, certo di molti anni orsono) la sua caratteristica essenziale.”
Il 14 novembre 1975 nacquero intanto 7 cuccioli, frutto dell’accoppia mento di Mirak con Aliot, l’esemplare di Ortanova dal muso lungo, di cui si è già accennato prima.

A proposito di questa prima cucciolata. il dott. Breber ci raccontò di essere rimasto sorpreso di come subito si ebbe un aumento di stazza con l’emergere di connotati molossoidi molto più evidenti, dovuti, a suo parere, esclusivamente alle migliorate condizioni di vita.
L’esemplare della cucciolata che più lo interessò fu Brina. femmina tigrata che fece coprire da Picciut, lo stupendo cane del pastore di S. paolo Civitate.

Picciut

Il 15 gennaio nacquero 10 cuccioli, dei quali Malavasi ed io potemmo vedere 4 soggetti: Tappo, Tipsi, Cocab, Alma.
Nel settembre dell’80, in sintesi, dei 17 cuccioli frutto dei 2 accoppia menti fatti dal dott. Breber a partire dal ’75, ne potemmo rintracciare solo 5. Tuttavia solo due femmine, Tipsi e Brina, appartenenti al dott. Lepri, l’amico citato da Breber nel suo articolo su I Nostri Cani, erano sotto diretto controllo. A queste si aggiungere Dauno, fratello di Brina, di pro-
prietà del cognato di Breber, e la vecchia Mirak.

Dauno

La situazione non si rivelava, di fatto, cosi rosea come era stata raccontata nel periodico dell’E.N.C.I.. dove si accennava ad un allevamento di 19 esemplari.
Molti dei cani nati erano stati persi di vista, anche perché, vivendo il dott. Breber a Padova, non aveva avuto la possibilità di seguirli costantemente. Nacque cosi in noi l’idea di utilizzare parte dell’allevamento di Malavasi per il programma di recupero.
Tra l’autunno del ’79 ed il gennaio dell’80 furono trasferiti a Mantova 3 cani: Tipsi e Brina prestateci temporaneamente dal dott. Lepri, e Dauno, regalatoci dal cognato di Breber impossibilitato a tenerlo più a lungo.
Quest ‘ultimo soggetto, in particolare, si rivelava interessantissimo, per le seguenti caratteristiche: la testa molto squadrata, il muso misurante circa un terzo la lunghezza totale della testa, la dentatura leggermente prognata, la muscolatura e la taglia notevolissime (circa 71 cm. al garrese), il manto nero ed aderente.
L’arrivo dei tre cani destò molto interesse tra i cinofili locali ed in particolare quello del prof. Bonatti, zootecnico di grande notorietà che aveva potuto osservare la razza negli anni ’50, e del dott. Ventura, giudice E.N.C.I. e noto allevatore.
Entrambi ci consigliarono di procedere senza indugi all’accoppiamento in consanguineità, al fine di fissare in modo più stabile le caratteristiche dei 3 soggetti.
In circa un anno si susseguirono 2 parti, 2 di Brina e 2 di Tipsi.
I cuccioli nati di Brina si rivelarono particolarmente deboli, forse a causa della strettissima parentela che legava i genitori, e cosi, sia a causa della parvovirosi, sia perché qualche cucciolo fu eliminato per gravi difetti fisici, del sua accoppiamento con Dauno non ci rimase nessun discendente.
Molto più fortunati fummo con Tipsi, tanto che alcuni dei suoi discendenti divennero dei veri e propri pilastri del programma di recupero della razza. Infatti dei 18 cuccioli che la cagna ci regalò, ben 6 vennero utilizzati per la riproduzione.

Tipsi

È bene dire, che nonostante la discreta omogeneità dei soggetti, anche in questa terza generazione si ripresentarono, sia pur in forma attutita, i problemi di eterogeneità di tipo, specie nella testa, di cui si è parlato innanzi.
Il dott. Breber desiderava recuperare la più ampia base genetica possibile, praticando l’esincrocio, per poi procedere ad un’opera di «schiumatura» che permettesse di utilizzare ai fini riproduttivi solo i soggetti più tipici.
La proposta era indubbiamente molto valida, tuttavia essa cozzava con 2 problemi di difficile soluzione.
Il primo riguardava il reperimento di nuovi soggetti con cui rinsanguare il nostro allevamento. La ricerca non si presentava affatto facile, sia per la rarità dei cani, sia perché l’area di ricerca distava parecchie centinaia di chilometri dal nostro luogo di residenza.
Il secondo problema consisteva invece, nell’avere le idee chiare su quale tipo di cane lavorare e, quindi, nell’individuare la tipologia di testa che ci permettesse di identificare con maggior sicurezza, in puglia, il Cane Còrso verace.
Questi 2 fattori, sommati alla mancanza di conoscenza in loco su cui basarci, fecero si che per alcuni anni rimanessimo senza validi soggetti da immettere nella nostra linea di sangue.
Nel frattempo i miei incontri col prof. Bonatti si fecero sempre più frequenti.
Più che di discussioni o dialoghi sugli esemplari da noi allevati, si trattava di lunghi, ma interessantissimi monologhi del professore sul passato della razza e su come si sarebbe dovuto attuare il suo recupero.
Venni cosi a sapere che, sua iniziativa, la razza era stata riconosciuta dall’U.C.I. nel ’75, in sede nazionale e nel ’76, in sede internazionale, col nome di Dogo di Puglia. Non era infatti del tutto convinto della validità di chiamare Cane Còrso questa entità razziale pugliese; sosteneva, il molosso italiano è sempre stato chiamato Còrso, come, del resto, una vasta
documentazione bibliografica evidenzia. Citava tra i tanti il Valvassone. il Ghessner, il Leporea. ecc..
Questo mastino leggero, aggiungeva, pur in una stretta varianza, aveva come tipo etnico canino una più larga diffusione, tanto da comprendere, oltre alla Puglia, la Lucania, il Sannio e la Calabria.
Perché non mettere, allora, la variante calabro-lucana Cani Guzzo o l’alto lucano Cane Corsicano?
Tanto più che, in un documento seicentesco dell’Archivio di Stato di Napoli, e più precisamente nel  “fondo feudi e masserie di zone pugliesi”, si accennava a “doghi” come cani da guradia e mandriani.
L’etimologia di Còrso era stata da lui individuata in un’antica accezione provenzale che significa robusto. La radice, ancor oggi, sopravviverebbe nell’aggettivo inglese «coarse» che significa grezzo, grossolonano ed il cui contrario è appunto «line», fine.
Còrso, inoltre, come la storiografia sul cane testimonia, era un termine applicato ad una tipologia di molossoide con caratteristiche morfo-funzionali più ampie ed eterogenee di quelle della popolazione da noi trovata residuata in Capitanata.
Per quanto queste fossero disquisizioni di puntiglio, tuttavia esse introducevano ad un più ampio e sostanziale problema, che si potrebbe cosi riassumere per sommi capi.
Il concetto moderno di razza, come da noi è attualmente assimilato, era, sino ad un secolo fa, ai più totalmente sconosciuto ed in parte lo è ancor oggi, specie nelle campagne. Le varie tipologie di cane venivano quasi esclusivamente distinte in base alla funzione cui erano adibite e la loro selezione era attuata al fine di migliorarne la resa nel lavoro.
Tuttavia, utilizzazioni identiche ed aree geografiche contigue, con condizioni socio economiche simili, portavano di fatto ad ottenere popolazioni canine con caratteristiche essenzialmente uguali, sia per comunanza di ceppo, che di orientamento selettivo.
Ciò non esonerava i cani dall’esternare, nei loro caratteri morfologici, l’indirizzo dato all’allevamento sulla base di tradizioni locali, che potevano variare di paese in paese, o di convinzioni personali del proprietario.
Facendo un parallelo con la storia dell’arte, si potrebbe dire, che molte razze si presentavano, prima di essere selezionate su moderna mentalità cinotecnica, come uno stile architettonico, che, identico nel concetto, diviene multiforme nelle molteplici realizzazioni regionali.
Perciò per recuperare quel tipo etnico canino, che veniva e viene definito Cane Còrso, bisognava di coniugare la selezione dei soggetti in nostro possesso con l’immaginario, vale a dire con come l’essenza più profonda della razza fosse percepita dalla maggioranza delle popolazioni di Puglia, Molise.
Lucania e Sannio, che avevano visto o sentito testimonianze sulla razza nel suo periodo più felice.
Purtroppo l’opera di recupero era iniziata troppo tardi, quando il Cane Còrso era già in profonda decadenza, e la ricostruzione di un panorama storico, che ci permettesse d’impostare la nostra azione al fine di ottenere esemplari che fossero in soluzione di continuità con i cani dell’epoca d’oro, si rivelava cosa ardua.
La razza, comunissima sino al primo dopo guerra, era andata rasentando l’estinzione col veloce mutare delle condizioni socio-economiche e quindi col venir meno delle sue utilizzazioni più tipiche.
Toccammo con mano la validità del pensiero del dot.. Mario Perricone, celebre allevatore di Boxer nonché Presidente del Comitato Giudici dell’E.N.C.I., quando afferma che sono quasi sempre le razze, allorché cessano le condizioni per una loro selezione funzionale, ad originare i meticci, frutto dell’incuria.
Ad aggravare la situazione del Cane Còrso vi era poi la tradizione d’ottenere da esso degli incroci industriali al fine di migliorarne le capacità venatorie, accoppiandolo ora con l’Abruzzese (mezzo còrso), ora con il segugio (mezzo sangue), ora con il levriere (straviere). Questi meticci, anche se nelle intenzioni non dovevano essere utilizzati a fini riproduttivi, indubbiamente lasciarono traccia di sé in parecchi esemplari di Còrso, che si tradiscono per il pelo un po’ più lungo o l’aspetto troppo leggero.
Con queste premesse, i nostri primi tentativi di reperire altri validi soggetti svanirono nel nulla, un po’ perché, forse, non cercavamo nella zona o nel modo giusto, un po’ perché non conoscevamo persone in loco, che s’interessassero attivamente alla razza, come invece incontrammo qualche anno dopo.
Lo scenario all’inizio dell’81 si presentava a dir poco scoraggiante, anche perché il dott. Lepri si era fatto rendere le cagne prestateci.
La decisione di distribuire ad appassionati alcuni dei cuccioli nati da Tipsi si rivelò inaspettatamente fortunata e chiarificatrice.
Entrammo infatti in contatto con 2 persone che negli anni a seguire si sarebbero prodigate come poche altre per la razza: il sig. Gianantonio Sereni ed il prof. Fernando Casolino. Quest’ultimo, lucano verace di Rionero in Volturne, essendo di una certa età conosceva benissimo il Còrso, per avervi trascorso la giovinezza a stretto contatto.
Appena vide Dauno rimase ammutolito, dopo tanti anni, ci disse, era a tu per tu con un Còrso tipicissimo, come quelli che aveva stampato anni prima nella sua memoria di ragazzo. Questa testimonianza, sommata a quella del prof. Ballotta e del prof. Bonatti, ci rincuorò e ci confermò che eravamo sulla strada giusta.
Continuammo cosi con gli accoppiamenti in Stretta consanguineità, con i figli di Dauno e Tipsi, al fine d’incrementare il numero dei soggetti e di fissare ulteriormente i caratteri essenziali della razza.
Quasi tutti i cuccioli nati venivano distribuiti ad appassionati che gradualmente cominciavano ad avvicinarsi alla razza.
Un incrocio al di fuori della nostra linea di sangue, ottenuto dal dott. Breber accoppiando Alkè, figlia di Dauno e Tipsi, con Picciotto (B), diede i suoi frutti il 31 gennaio ’83. Dei 6 cuccioli nati rimasero solo 2 femmine. Una di queste, Bibli, fu accoppiata 2 volte, la prima con Bezerillo, fratello di Alkè, l’altra con Dauno.
A la scelta di Picciotto (B) non fu certo tra le più felici, in quanto il cane presentava caratteristiche molossoidi talmente sfumate, che si rivelarono in seguito non estirpabili nei suoi discendenti.
Tuttavia, a quel tempo, vi erano poche alternative e la scelta fu in qualche modo forzata.
Il 18 ottobre 1983 fu una giornata storica per il Cane Còrso.
Per la prima volta un piccolo nucleo di appassionati della razza si radunava con i propri cani. I 12 esemplari adulti presenti furono esaminati e misurati accuratamente dal dott. Giovanni Ventura. La quasi totalità dei soggetti presentava un leggero prognatismo, assi craniofacciali leggerrnente convergenti, peso medio di 47 kg, per i maschi e di 38 kg per le femmine.
Un’altezza media di 68 cm, 5 in meno per le femmine.
I manti erano in maggioranza neri e tigrati, ma non mancavano il fulvo ed il grigio.
Tutti i cani presentavano un aspetto atletico e asciutto, la testa era squadrata, massiccia.
Lo stesso giorno, le persone presenti, decisero di formalizzare la loro passione per la razza riunendosi in un’associazione il cui scopo primario è condensato nall’articolo I dello statuto:
“E’ costituita con sede in Mantova, la Società Specializzata denominata Società Amatori Cane Còrso (SA. C.C.).
Essa mira a svolgere ogni efficiente azione per migliorare, incrementare e valorizzare la razza del Cane Corso, a potenziarne la selezione e l’allevamento ed in particolare ad ottenere il riconoscimento ufficiale della razza da parte dell’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (E.N.C.I.)”.
Il regolamento che ci demmo era molto rigido e prevedeva che tutti gli accoppiamenti fossero decisi dal Consiglio Direttivo col supporto del Comitato Tecnico, che i cuccioli nati fossero distribuiti gratuitamente ad altri appassionati, i quali si impegnavano ad osservare le medesime regole ed a restituire il cane in caso d’impossibilità a tenerlo.
Certo i vincoli, cui ci sottoponemmo potevano sembrare molto restrittivi, ma il recupero della razza era appena iniziato e gli esemplari pochissimi per cui la selezione doveva essere gestita in modo unitario e solidale.
Tuttavia, bisogna riconoscere, che chi si voleva avvicinare al Cane Còrso, mosso da vera passione, poteva farlo con una spesa molto esigua: centomila lire erano sufficienti per ottenere l’iscrizione all’Associazione e portarsi a casa un cucciolo di 3 mesi con le orecchie già amputate.
A parte qualche rara eccezione, il nostro sodalizio funzionò a meraviglia ed i singoli associati si rivelarono dei veri “corsisti”, cui va riconosciuto il merito di aver portato avanti con forti, sane, disinteressate motivazioni, e spesso non senza sacrifici, il programma di della razza, incrementandone, sia la consistenza, che l’omogeneità.
A loro va il merito d’aver attirato sulla razza l’attenzione della stampa, specializzata e non, e quello, da noi sempre ritenuto essenziale ed irrinunciabile, dell’E.N.C.I..
Con delibera assembleare del 20 novembre 1988, non avendo più ragione di essere le grosse preoccupazioni iniziali sul futuro del cane, è stato approvato un nuovo regolamento, che mira a sfruttare lo spirito agonistico e d’iniziativa degli associati, per portare i soggetti allevati a sempre più alti risultati zootecnici. A tal fine si è deciso di permettere la vendita dei cani con particolari condizioni di garanzia, che prevedono tra l’altro, che qualora il cane non venga ritenuto conforme al Progetto di Standard da parte dei giudici E.N.C.I., venga regalato all’acquirente un cucciolo aggiuntivo.
Ciò nonostante l’Assemblea ha deliberato che le indicazioni di base, per le correnti di sangue e per i soggetti su cui concentrare maggiormente la selezione, rimangano pertinenza del Comitato Tecnico.
Oggi l’Associazione, che nel frattempo ha trasferito la sua sede a Verona, ha più di 80 soci e 3 delegazioni: una in Puglia, una in Sicilia ed una in Francia, a Charmes.
Dopo qualche fugace apparizione in Esposizioni Canine, il 16 giugno 1984, a Castenaso, ospite del Gruppo Cinofilo Bolognese, la razza fu finalmente esaminata in via ufficiosa dai giudici E.N.C.I.: Franco Bonetti, Antonio Morsiani e Mario Perricone.
L’E.N.C.I., nonostante fossero presenti solo una decina di soggetti, si mostrò molto interessata alla nostra iniziativa ed il 3 novembre 1985, a Mantova, prese un contatto ufficiale con in cani e la S.ACC.. presenziando ad un nostro raduno con i giudici: Barbati. Mentasti, Morsiani, Quadri, Perricone, Vandoni e Ventura.
I Còrsi presenti erano più di una ventina e presentavano una discreta omogeneità, tanto da indurre i giudici presenti a pensare che fosse giunto il momento di valutare l’eventualità di un riconoscimento ufficiale della razza.
Con il raduno di Mantova il Còrso si guadagnò 3 nuovi e preziosi amici: il prof. Danilo Mainardi, celebre etologo, che si adoperò per divulgare la razza via stampa; il dott. Perricone ed il dott. Morsiani, le cui esperienze, universalmente riconosciute, di giudici internazionali e di allevatori di molossoidi, ci furono d’insostituibile aiuto, sia per l’opera di recupero del cane, che per farlo proseguire sulla strada del riconoscimento.
Il 1986 iniziava cosi sotto i migliori auspici, e di fatto si rivelò un anno cruciale.
Gli innumerevoli Viaggi fatti in Meridione, in Puglia, da Casolino, Malavasi, Sereni e me, alla ricerca di validi soggetti da immettere nella linea di sangue da noi selezionata, cominciarono a dare i risultati sperati.
Tra i primi deli ’86 e la metà dell’87, riuscimmo ad individuare più di una ventina di nuovi soggetti, dei quali ben 11, di linee di sangue diverse o quantomeno presunte tali, vennero utilizzati con successo nel nostro programma di recupero.
Ciò che proponevamo di fare era di accoppiare i “cani pugliesi” con i nostri selezionati da anni in forte consanguineità, al fine di creare linee di sangue, che pur avendo in comune un medesimo ceppo dai caratteri fortemente stabilizzati, avessero almeno un ascendente diverso. I soggetti migliori, nati da questi accoppiamenti, sarebbero stati a loro volta riutilizzati, a seconda delle loro caratteristiche morfologiche, nel modo più appropriato.
Ci accorgemmo poi che, in Meridione, la razza non era cosi rara come si supponeva sino a pochi mesi prima. Essa si era conservata, relativamente in purezza, in un numero esiguo ma sufficientemente ampio di esemplari, similmente alla brace che, nascosta dalla cenere, continua ad ardere nel focolare spento.
A riattizzare il fuoco, vale a dire l’interesse per il Cane Còrso nei suoi luoghi d’origine, furono soprattutto 2 grandissimi appassionati: Flavio Bruno e Vito Indiveri.
In particolare Bruno si rivelò un profondissimo conoscitore di tradizioni, detti, utilizzazioni del passato e del presente della razza. A lui dobbiamo molte delle conoscenze e del materiale storico che oggi abbiamo sul cane.
Ad Indiveri va, invece, riconosciuto il merito di aver sfruttato il suo mestiere di venditore ambulante per indagare, censire, fotografare i Còrso, nei luoghi in cui il lavoro lo portava e per avervi ravvivato la passione per la razza.
Il dott. Morsiani aveva, nel frattempo, per incarico del Comitato Giudici, iniziato ad esaminare e misurare quanto più esemplari possibili, sia del Sud che del Nord, al fine di compilare un Progetto di Standard.
Tale Progetto fu approvato dal Comitato Giudici e dal Consiglio Direttivo dell’E.N.C.I. nel 1987.
Nel 1988 il Consiglio Direttivo dell’E.N.C.I. decise di “sottoporre gli esentplari esistenti, sia prodotti nell’ambito del progetto S.ACC., sia di proprietà di singole persone, ad un giudizio sperimentale al fine d’accertare la loro omogeneita di tipo, di costruzione, di carattere e la loro aderenza o meno alle caratteristiche indicate nel Progetto di Standard”. Nell’ambito di 3 esposizioni, a Milano, Firenze e Bari, più di 50 cani, 38 dei quali presentati dalla S.A. C.C., furono esaminati e sottoposti a rilievi cinometrici da parte di 3 giudici: Morsiani, Vandoni e Perricone.
Nell’autunno dello stesso anno, Flavio Bruno e Vito Indiveri, presentarono all’E.N.C.I. il risultato del Censimento dei soggetti “rustici” da loro effettuato, con la registrazione di 57 cani, corredata da 97 fotografie.
Parte di questi esemplari furono poi presentati al dott. Morsiani in un raduno organizzato da Indiveri nell’ambito dell’esposizione di Foggia.
Col conforto di questi sviluppi, il Consiglio Direttivo dell’E.N.C.I. decideva di delegare al prof. Vittorio Dagradi l’istituzione di un «Libro Aperto», in cui iscrivere i soggetti adulti che, tatuati, si fossero dimostrati conformi al Progetto di Standard.
Nel 1989 si sono tenute 2 riunioni per il Libro Aperto, una a Mantova ed una a Foggia, nell’ambito delle quali, alla presenza d’una Commissione, formata dai giudici Barbati, Dagradi e Quadri, sono stati valutati ed iscritti dai Giudici Morsiani e Perricone quasi 70 soggetti.
Purtroppo parecchi dei cani presentati non erano tatuati o non avevano una punzonatura leggibile, fattore questo che ha fatto diminuire il numero degli ammessi al Libro.
Attualmente il programma di recupero per quel che riguarda il salvataggio della razza dall’estinzione, il potenziamento del suo allevamento ed il raggiungimento di una certa omogeneità, può dirsi concluso, e sopno felice di constatare che la S.A.C.C. ha iscritto ai suoi registri più di 60 nuovi cuccioli, dall’inizio dell’anno ad oggi.
Abbastanza, c’è invece ancora da lavorare affinare e perfezionare i risultati zootecnici, che tutt’ora non sono sufficientemente soddisfacenti.
Per quel che riguarda il riconoscimento ufficiale della razza, sarà compito fondamentale di proprietari ed allevatori aver cura di presentare quanti più soggetti possibili, regolarmente tatuati, alle riunioni per il Libro Aperto, al fine di favorire l’E.N.C.I. nell’ottemperare al più presto le norme internazionali previste per l’iscrizione di una nuova razza.
Solo cosi si potrà dire d’aver veramente salvato questo splendido cane, la cui bellezza è figlia di reale funzionalità.

Stefano Gandolfi

Copyright Editrice L’ Orsa S.R.L. 1990

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1 COMMENTO

  1. Buon giorno, SECONDO ME, lo standard dei cani(di tutti i cani) ma specialmente di quelli da utilità e lavoro deve essere funzionale e non estetico.. va da sè che la funzionalità di conseguenza impone anche una certa estetica che non sarà mai ferrea e che quindi per forza di cose imporrà una selezione volta al miglioramento della salute dei cani.. quindi SECONDO ME questi dottori hanno sbagliato l’approccio e di conseguenza anche il risultato.. (spero in buona fede)

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