La caccia

La caccia è, con ogni probabilità, il primo impiego cui fu adibito il Cane Corso. Corrispondeva alle aspettative dei proprietari, dei nobili e dei cacciatori di professione, per le sue caratteristiche psichiche e somatiche: agilità felina, compattezza lombare, poderosi massetteri, morso serrato grazie alla forte dentatura lievemente prognata, coraggio, fiuto e prontezza di riflessi.

L’istrice è un roditore di circa 15-20 kg, secondo in Europa soltanto al castoro. E’ diffuso nelle campagne del Sud e in quasi tutta la Sicilia; viene ricercato per le sue ottime carni e per i suoi aculei, usati per confezionare bracciali e piccoli oggetti. Il Cane Corso, debitamente aizzato dal padrone, entra nella tana, e, incurante dei pericolosi aculei, afferra la preda e la trattiene. Il cacciatore, a questo punto, impugna la coda del cane e trascina fuori dalla tana assieme al Corso anche l’istrice, stretto dalla morsa. Per questo motivo. Ossia per offrire al cacciatore un più comodo appiglio, la coda del Cane Corso viene troncata all’altezza dell’ottava vertebra.
Anche la caccia al tasso è tradizionale in Italia. Plantigrado dal pelo bruno o nero con striscia bianca dal naso alla fronte, veniva e viene tuttora ricercato, anche se la sua caccia è vietata, per le carni, per il grasso, a cui la credenza popolare attribuiva proprietà curative antireumatiche, nonché per la pelliccia utilizzata nella selleria per guarnire i finimenti e i basti degli animali da soma. Il tasso opponeva le proprie zampe vigorose, munite di unghie forti e taglienti, all’improvviso e deciso attacco dei Corsi. Poiché questa caccia si svolgeva di notte, quando il tasso si sposta in cerca di preda, per i Corsi impegnati nella battuta si preferiva il manto fulvo più chiaro possibile per differenziarli al massimo dalla pelliccia scura del tasso, in modo che il cacciatore potesse distinguere gli animale aggrediti da quelli che aggredivano.
Assai più rischiosa e complessa è la caccia al cinghiale.
Ricercato per le sue carni, vive in branco e, se braccato e ferito, aziona a potente difesa le robuste zanne, canini affilati e lunghi anche 15 cm, e una massa d’urto di circa due quintali. Con i cinghiali adulti l’attacco diretto è sconsigliabile e i cani adulti e d’0esperienza selezionano per istinto una tattica complessa di assalti e difese, per evitare i rischi mortali in cui per furore e inesperienza possono cadere i cani giovani. Per questo compito, i manti preferiti sono stati il fulvo con maschera nera e il tigrato scuro con intense serpature e si adottò l’amputazione drastica della coda e delle orecchie a triangolo equilatero, per offrire meglio appigli possibile al contrattacco dei selvatici. Questa pericolosa caccia grossa richiede inclinazione naturale e istintiva del cane, ma anche un sia pur sommario tirocinio.
Per l’innocuo addestramento dei cuccioloni a scovare e azzannare la preda venivano impiegati cinghialetti o tassi imbalsamati, poi, gradualmente, i giovani Corsi si impratichivano nella caccia di suini dispersi, inselvatichiti o incrociati con i cinghiali, dal cinghialetto al porcastro e al maiale adulto. Nell’assalto al verro, i cuccioloni venivano legati e costretti a osservare a distanza la tecnica d’assalto adottata dai cani adulti. Lo scontro esaltava l’intelligenza del Corso e la sua potenza: con scatti fulminei e ottima scelta di tempo afferrava l’animale per il grifo o all’orecchio per immobilizzarlo, un altro Corso lo azzannava con colpo sicuro alla vena giugolare o, nei casi di cinghiali adulti e “corazzati”, lo bloccava per permettere il giungere dei cacciatori che lo finivano con lo spiedo.

 

La custodia del pascolo

Dall’attacco venatorio alla difesa e alla guardia nel pascolo e nella masseria: estremi di un ampio spettro che dimostrano versatilità del Cane Corso, il suo pieno diritto di cittadinanza nei luoghi dove fu storicamente presente e il suo diritto di rinascere, affinchè l’uomo ricostruisca un irrinunciabile legame con la sua stessa storia. Il cane si eleva a tutela e a rappresentanza di uno di qui momenti straordinari in cui si intersecano il tempo dell’uomo e quello della natura.

Corsi dai manti neri, tigratura molto scura o cinericci, come la terra riarsa, vigilavano sui branchi dei cavalli “murgesi”, mesomorfi agili e resistenti. Il loro manto mimetico li nascondeva nella notte, per scrutare, non visti, la filigrana del bosco e i contorni del pascolo, pronti allo scatto fulmineo contro i ladri di bestiame e gli animali predatori, vigili anche nel mantenere i puledri irrequieti dentro i confini del pascolo.
Troviamo i Corsi a fianco dei cavalli anche su carrozze e carri, quest’ultimi forniti di cestone penzolante sotto l’assito che fungeva da cuccia o postazione ove riposare e vigilare su uomini e derrate durante il trasporto.
Il Cane Corso è visto anche come Bovaro, infatti sostituiva l’uomo e risparmiava numerose fatiche: pochi bovari erano sufficienti per compiere a cavallo qualche giro d’ispezione delle mandrie e portare il cibo ai cani.
Il resto era affidato ai Corsi, che vigilavano assiduamente sulle mandrie, tenevano lontano i ladri e scoraggiavano gli animali predatori. Contro questi ultimi adottavano una tecnica risolutiva: in coppia, un Corso azzannava l’animale al collo, l’altro al fianco e, tirando in opposta direzione, lo laceravano. Non soltanto impedivano lo sconfinamento del bestiame, ma sedavano le furie pericolose dei ori, attaccandosi al musello o azzannando l’orecchio per immobilizzarli. Accompagnavano il bestiame al macello, lo tenevano raccolto e poi aiutavano il macellaio a immobilizzarlo per la mattanza. Analogamente il Corso seguiva i bufali al pascolo e vigilava su di essi negli stazzi, soprattutto nelle zone, come nel Gargano, dove ancora oggi è diffusa la stabulazione permanente.
Per quanto riguarda le greggi ovine e caprine, il Corso affiancava i bianchi cani detti pasturigni o mastini d’Abruzzo a cui era affidato in questo caso un ruolo preminente. Il Corso era più legato al pastore, mentre il pastore abruzzese era più legato alle greggi; salvo per l’allevamento caprino, soprattutto in alcune zone del Molise e della Lucania, dove il Corso esauriva tutti gli incarichi: custode del pascolo e dell’insediamento e, all’occorrenza, guardia insormontabile di case coloniche, di ovili e di stazzi. Inoltre ruolo determinante ebbe il Corso come accompagnatore della transumanza, a fianco dei pastori: la piccola transumanza “verticale”, dai pascoli montani ai ricoveri invernali delle valli del Matese e del basso Molise; la grande transumanza “orizzontale”, che avveniva lungo i tratturi antichi tra i monti d’Abruzzo e il Tavoliere di Puglia. Durante queste, il Corso ingaggiava talvolta una sfida pericolosissima contro gli orsi.

 

Ausiliario nell’allevamento brado dei suini

Enorme è la distanza che separa l’attuale allevamento suino e quello tradizionale, per cui l’apporto del Cane Corso era, allora, necessario e, oggi, appare curioso e caratteristico.

Diffusa e consueta è l’opera di vigilanza del Corso nella protezione dei suini dagli animali nocivi e dai soliti ladri. Più desueta è la vigilanza sul verro aggressivo o sul cinghiale, attirato dagli effluvi delle scrofe, poiché prospetta un sistema d’allevamento assai differente dalla rigida stabulazione attuale.
Completamente estranea, o quasi, alle odierne consuetudini, appare l’utilizzazione del Corso nell’allevamento dei maiali rustici allo stato brado, condotti dal porcaro nel bosco o nella macchia per l’alimentazione spontanea o nei campi di stoppie dopo la mietitura, in una transumanza che potremmo considerare inversa rispetto a quella delle pecore.
Il porcaro preferiva solitamente i manti neri.
In alcune regioni si praticava il pascolo notturno, per evitare il caldo torrido del sole, ovvio, sia nel pascolo diurno che nel notturno, il prezioso ausilio del Corso, cui spettava l’incarico di mantenere compatto il bestiame.
Alla scrofa prossima al parto veniva permesso d’allontanarsi e di partorire in tranquilla solitudine nel bosco. Dopo 3 o 4 giorni, il porcaro iniziava la ricerca della madre: il Cane Corso fiutava, avvistava la tana, bloccava la scrofa irritata afferrandola al grifo o all’orecchio. Il porcaro si avvicinava, raccoglieva i lattonzoli, li deponeva nei cesti posti sul cavallo o sull’asino e faceva ritorno, seguito dalla scrofa ormai placata dal Corso. Gli invogli fetali e i lattonzoli più gracili diventavano pasto assai appetito dei Corsi, per completare l’alimentazione valeva il cibo reperibile nell’ambiente, e così venivano impiegati anche gli sfarinati, ricompensa di un servizio assai prezioso.

La guardia nelle masserie

È nell’ambito privilegiato entro la corte della masseria che il nostro cane conquista a pieno titolo l’appellativo Corso.

Durante il giorno veniva legato. Una catena robusta collegava il collare di cuocio del Cane Corso, attraverso un anello girevole, a un filo con carrucola, che gli permetteva ampio spazio di manovra ma gli impediva nel contempo di aggredire chi entrava nella masseria o di azzuffarsi con altri cani, soprattutto nei momenti in cui l’aggressività si esalta per la conquista della femmina o della ciotola del cibo. I cuccioli e i cani indeboliti dall’età non venivano mai legati; al cane più prestante e aggressivo veniva assegnata la postazione strategica, ossia l’entrata della stalla.
Durante la notte il Corso veniva liberato per meglio difendere in ogni angolo la proprietà dai predatori e dai ladri.
Il Cane Corso rientrava nella masseria assieme alle mandrie e alle greggi e proseguiva indefesso il suo servizio permanente tra gli edifici e gli stazzi. Vi usciva non solo all’uscire del bestiame, ma anche, all’occorrenza, per seguire e vigilare i capi condotti alla mattanza o ai carri dei macellai.
Fonte: icorsidellanevaia.it

Ultimi Articoli

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE