Carattere del Cane Corso

Il Cane Corso si attacca molto al proprio padrone ed è molto sensibile al suo umore; è di indole dolce e pacata, leale e protettiva. Ama il contatto con il proprio padrone e ne ha molto bisogno. Può essere estremamente discreto e intelligente, riuscendo a cogliere tutto quello che succede intorno a sé. È un cane molto plasmabile ed assume il comportamento che il padrone gli richiede. Trattato come cane da compagnia resta affabile con tutti. Addestrato per compiti particolari (difesa personale, caccia al cinghiale, etc.) rivela estremo ardimento e potenza. Può essere ostile verso altri cani, specialmente se grandi e dello stesso sesso. E’ un cane molto bello e se si fa socializzare da cucciolo è un cane molto dolce.

Non è facile oggi parlare del carattere di una razza canina che sta vivendo la sua seconda giovinezza dopo aver esaurito quelle funzioni che per secoli sono state le prerogative del Cane Còrso e di tutti i molossoidi utilizzati dall’uomo non per scopi di lucro e di fama; ossia le funzioni dettate dalle necessità di una vita dura, cruda, senza tecnologia e sofisticazioni varie. Oggi la maggioranza delle razze “antiche” hanno perso quelle caratteristiche che per secoli hanno fatto sì che la vita del cane si muovesse in funzione di quella dell’uomo.Oggi siamo allevatori di cani, mi riferisco a tutte le razze, per il piacere di avere accanto qualche cosa di unico, di particolare da mostrare agli altri come se fosse un quadro d’autore mentre si è dimenticato che gli animali vivono con l’uomo, in funzione dell’uomo e del suo progredire, ma difficilmente adattabili alla velocità con la quale noi stessi riusciamo a seguire l’evolversi del quotidiano.Mi riesce abbastanza difficile riuscire a spiegare come sarà il Cane Còrso del 2000, privato di quelle funzioni che per secoli ne hanno forgiato il carattere e lo spirito come la caccia, la guardia e la difesa. Oggi il Cane Còrso va accettato come un dono del passato e trattato come tale. Questa introduzione mi è sembrata doverosa in quanto, pur essendo nell’ambiente cinofilo da anni, ho dovuto sopportare fin troppo l’arroganza di certi ” cagnofili ” che per vari motivi cercano di sfruttare una razza o l’ altra solo per scopi personali. Personalmente, non avrei accettato l’ incarico che rivesto in seno alla S.A.C.C., se non amassi profondamente questo cane che definisco un pezzo della nostra storia e che accetto per quello che è che sarà. I1 Cane Còrso è un molossoide le cui caratteristiche sono già state esaurientemente illustrate dai relatori che mi hanno preceduto in questo breve intervento. Mio compito, come tutelatore della razza, in questa sede è quello di definire il carattere per riuscire ad intraprendere una giusta via per l’addestramento. Oggi il carattere del Cane Corso è influenzato dall’uomo e dalla sua organizzazione sociale. Le nostre esigenze sono mutate e di conseguenza lo sono quelle dei suoi fedeli compagni. Da cane da caccia alla grossa selvaggina, da cane protettore dei gabellieri, e delle masserie il Cane Corso si è tramutato in fedele cane da compagnia e difensore della casa.E’ un perfetto compagno di giochi, sornione con lo sguardo ironico, diffidente, consapevole del trambusto che provoca con la propria mole, è un’ autentica bomba d’ energia quando avverte il pericolo. Il Cane Corso è un cane docile, socievole, di temperamento, caratteristiche che gli sono certamente state tramandate dai suoi antenati atti ad una certa severità con gli armenti, ma premurosi e cordiali con l’unico interlocutore che avevano: il pastore o il padrone cacciatore.
Come tutti i cani da pastore riassume quelle doti di equilibrio necessarie a svolgere questa delicata funzione e la definizione ” è un cane che vive con l’uomo e per l’uomo ” trova nel Cane Corso la sua massima espressione. Facilmente adattabile a tutte le situazioni ed imprevisti, non dimostra mai eccessivo nervosismo od incertezza, è sicuro delle proprie azioni, anche se la mole, negli slanci d’ entusiasmo, può creare qualche problema. Cane veramente equilibrato che abbisogna della costante presenza umana alla quale fa sempre riferimento. Docile, ubbidiente, testardo, amichevole, giocherellone, amante della compagnia sono i punti saldi che contraddistinguono il carattere del Corso. Oggi il Corso, trapiantato in città, si è adattato alle esigenze dell’uomo moderno, ma non ha dimenticato le sue origini, pertanto quella curiosità manifestata per ogni cosa, le ottime capacità olfattive, il muso spesso incollato al terreno, fanno sì che il nostro cane sia un temibile guardiano. Le potenzialità del Cane Corso sono innumerevoli e tutte da riscoprire.
Come cane da guardia è già possibile vederlo all’ opera e pertanto giudicarlo per quello che può fare, mentre per le prove di lavoro solo da poco tempo e con pochi esemplari si è cominciata questa attività. Personalmente sono contrario all’utilizzo del Cane Corso come cane da soccorso per essere utilizzato dalla Protezione Civile. Ritengo che in questo ambito vi siano razze ben più predisposte che la nostra soprattutto per le caratteristiche morfologiche, psichiche ed attitudinali atte proprio ad ogni razza. Da ultimo va ricordato che il Cane Corso è stato ed è tuttora un ottimo combattente come la maggioranza dei molossoidi e purtroppo viene ancora oggi utilizzato per combattimenti fra cani nei luoghi dove si pratica ancora questa barbara attività. Sono fermamente contrario che il Cane Corso venga utilizzato per questo tipo di attività e mi adopererò sempre affinché i nostri cani non siano oggetto di attenzioni di coloro che usano e non amano gli animali.

Entriamo più nel dettaglio riguardo al carattere del cane Corso.

Ma è realmente giusto parlare di “doti” caratteriali e quindi di valutazione attitudinale del carattere?

Ogni essere animale vivente (l’uomo come il cane)  ha un patrimonio genetico ereditato dai genitori (costituzione ereditaria).
Da questo patrimonio ereditario escono forme e proporzioni del corpo che determinano la costituzione morfologica dell’individuo  e le modalità con cui l’organismo espleta le necessarie funzioni vitali (attività respiratoria, digestiva, circolatoria ecc.) dipendenti dal sistema nervoso ed endocrino che ne definiscono la costituzione fisiologica. Tutto questo insieme è quello che inizialmente determina la struttura psichica del soggetto, altrimenti chiamata TEMPERAMENTO. Il temperamento è ereditario, è la predisposizione morfologica e fisiologica.  E’ la risposta psichica naturale e innata del soggetto che si esprime con impulsi e comportamenti fisici istintivi.

Il carattere, invece, si concretizza successivamente ed è influenzato dall’ambiente.

In un cucciolo la prima influenza è l’ “ambiente” madre e quasi contemporaneamente l’ “ambiente” fratelli e sorelle. A partire dalla prima uscita dalla zona delimitata dove è nato, per il cucciolo iniziano le influenze dell’ “ambiente esterno”. Nelle prime 3 – 4 settimane di vita, quindi, e solo in questo periodo, con l’eccezione dei fratelli, comunque coetanei e quindi relativamente poco influenzanti, temperamento e carattere sono pressochè sinonimi, gli impulsi comandano in toto le decisioni, senza inibizioni e secondo schemi mentali ancora molto semplici. (Con la parola temperamento s’intende la risposta psichica naturale al corredo organico ereditario)
Successivamente, l’ambiente (fisico, umano, etc) influenzerà le scelte e le iniziative del soggetto, determinandone il carattere.
L’insieme del temperamento ereditario e del carattere influenzato dall’ambiente, compongono quella che è la singola personalità di ogni singolo individuo.
La personalità non solo unifica gli aspetti biologici del temperamento e quelli psichici del carattere, influenzati dall’ambiente, ma crea anche valori, modelli di comportamento, forme di organizzazione sociale in grado di modificare la stessa personalità.

In ambito prettamente cinofilo viene usualmente chiamato CARATTERE, e suddiviso in varie specifiche componenti, tutto quello che rientra nella sfera psichica/comportamentale del soggetto, sia di origine genetica che di influenza ambientale. In parole povere, il carattere di un cane è la sua PERSONALITA’, mentre il TEMPERAMENTO viene considerato come una delle componenti del carattere, a quasi totale origine genetica.
Altre componenti, invece, sono come detto malleate dall’ambiente.

Questo preambolo vuole chiarire i punti cardine per cui la definizione di Test Attitudinale o Prova di Attitudine al lavoro ha insito un “errore”.

Questo genere di esame è teoricamente voluto allo scopo di valutare le qualità e capacità “innate” del soggetto nel poter eventualmente svolgere un lavoro di guardia e difesa.L’esame è attuato per selezionare o premiare quegli esemplari che per attitudine congenita meritano di essere utilizzati in riproduzione al fine di salvaguardare la componente psichico/comportamentale della razza.
In riproduzione, però, quanto viene trasmesso è esclusivamente la componente “genetica”, che è ereditata dai genitori e trasmessa ai figli.
Una valutazione di questa esclusiva componente genetica non è realisticamente fattibile dopo le prime settimane di vita, in quanto l’ingerenza ambientale permea i comportamenti del soggetto, formandone la personalità. E non è altrettanto realisticamente fattibile nei primi mesi di vita, se non su grandi linee, in quanto non è possibile verificare un cucciolo di 4-6 settimane in contesti reali da cane adulto. Questa non fattibilità non è quindi, come spesso si sostiene, solo legata ad un eventuale “addestramento” al lavoro messo in atto sui soggetti che si avvantaggeranno di questa conoscenza in sede di valutazione delle attitudini. Certamente la preparazione precedente alla prova del soggetto ne inficia ancora di più la validità a livello di reale patrimonio ereditario, ma prima ancora è la normale crescita e vita sociale del cane, a rendere non fattibile una valutazione attitudinale esculsivamente per le componenti genetiche.Perchè lo sia, tutti i soggetti dovrebbero essere cresciuti nello stesso contesto, con le medesime esperienze, il medesimo inserimento sociale, i medesimi comportamenti degli umani che li frequentano etc. etc. In questo caso, teoricamente, l’ambiente e l’ingerenza umana non sarebbero discriminanti. Teoricamente, e solo teoricamente, perchè nella realtà è una condizione impossibile.

Un Test attitudinale dovrebbe obbligatoriamente tenere presente questa ingerenza sociale, educativa, addestrativa, sia essa positiva o negativa nel valorizzare o sminuire, rinforzare o diluire, consolidare o smarrire le componenti caratteriali insite nel corredo ereditario del cane in esame.
Dovrebbe svolgersi con l’obiettivo innanzitutto di separare tutto ciò che è ambientale, acquisito con l’educazione o con la semplice esperienza, da quelle che sono le caratteristiche esclusivamente genetiche e quindi vero oggetto di valutazione. In un test attitudinale va valutato il cane nella sua essenza, non la sua evoluzione e ambientazione sociale, che ne farebbe un test di CAE e nemmeno il binomio cane-conduttore che equivarrebbe ad una prova di UD.
Tutto ciò che è ambientale, in sede di valutazione, dovrebbe essere riconosciuto e al limite usato come strumento discernente per il giudizio. Andrebbe considerato il luogo di crescita (appartamento, città, villaggio, giardino), la presenza o assenza di altri animali, sia in maniera costante (conviventi) che occasionale (incontri), la tipologia di vita del proprietario (età, sesso, tempo disponibile col cane) e certamente, non ultimo, andrebbero riconosciuti e considerati tutti gli eventuali insegnamenti dati al cane inerenti a  situazioni simili a quelle messe in atto per la valutazione attitudinale. Solo in questo caso il test avrebbe una valenza funzionale per la selezione caratteriale in riproduzione, e solo in questo caso tutte le componenti del “carattere” potrebbero essere correttamente valutate.

Le componenti caratteriali, di cui scritto sopra, nel corso dell’ultimo ventennio, sono state codificate da numerosi e differenti studiosi del comportamento canino, sono state elencate e descritte da innumerevoli esperti educatori, addestratori, cinotecnici, veterinari, comportamentisti e comportamentalisti. Ogni razza o almeno una gran parte, soprattutto quelle legate ad attività lavorative, si tratti di caccia o utilità e difesa, sono state analizzate, sezionate e parametrate per quello che riguarda tutte le componenti caratteriali da diversi esperti, compreso tanti allevatori delle medesime.

Indicativamente, sono componenti del carattere:

DOCILITA’ O SOCIEVOLEZZA/SOCIALITA’
Può essere definita come la naturale, innata (genetica) propensione del cane a collaborare e convivere con l’uomo e secondariamente con altri animali. Non va confusa con la socializzazione, che è una componente ambientale legata all’imprinting nei primi cinque-sei mesi di vita. Un soggetto con scarsa socievolezza può essere fortemente socializzato durante la crescita, e quindi divenire apparentemente “docile” e ben inserito in un contesto sociale umano. Il limite di separazione fra socievoletta innata e socializzazione acquisita, in un cane adulto, è decisamente incerto e difficile da valutare.
In maniera leggermente estrema, potremmo dire che la docilità è acquisita e principalmente ambientale, dovuta alla socializzazione del cane, mentre la socialità è quella componente innata che fa essere più o meno estroverso un cane, che lo fa essere diffidente invece che solare nel carattere.
In un test attitudinale, sarebbe opportuno separare queste due caratteristiche, sebbene possano essere racchiuse secondo abitudine come unica componente. La docilità valutata eventualmente con grande ingerenza ambientale e per apprendimento e rinforzi positivi, dalla socievolezza (e quindi diffidenza) innata del cane verso situazioni, oggetti o persone sconosciuti.
Va aggiunto un altro significato della parola socialità, vale a dire la capacità del cane di inserirsi nella società umana. Personalmente ritengo che questa socialità sia principalmente acquisita, e quindi vicina se non analoga alla socializzazione attuata fin da piccolo.

TEMPRA
Viene definita come  la capacità del soggetto di sopportare stimoli esterni negativi, sgradevoli o dolorosi. Misura quindi la “forza” caratteriale sia fisica che psichica. La capacità del cane di sopportare il dolore fisico (traumi, morsi) agendo e reagendo senza paura, ma anche e soprattutto il rischio di dolore in termini psicologici. Un esempio chiarificatore è quello della minaccia di dolore paventata dal figurante che alza il braccio munito di bastone. Un soggetto di forte tempra non interromperà l’azione di attacco/difesa ma accentuerà la rezione aggressiva in proporzione uguale alla minaccia paventata. Un soggetto di tempra debole, interromperà l’azione e cercherà riparo dalla minaccia. Soggetti di tempra debole saranno stressati emotivamente da lunghe ed intense sessioni di addestramento, perdendo concentrazione, voglia di apprendere, positività nello svolgimento del lavoro. Andranno incontro a quello che in termini di uso cinofilo comune viene definito come “rottura del carattere”.
La tempra è di orgine interamente genetica, e non può essere nè accentuata nè diminuita in fase di crescita e sviluppo. Va però tenuto ben presente che la mancanza di tempra può essere “nascosta” in fase di sviluppo fisico e psichico, soprattutto in età giovanile, mediante la socializzazione e l’educazione o meglio l’apprendimento cognitivo (termine molto in voga e professional) del soggetto. Il cane per mettere in atto un certo tipo di reazione di fronte ad una situazione, in conseguenza della sua innata tempra, deve “valutare” la situazione e ritenerla negativa, sgradevole o potenzialmente dolorosa. Quindi, si deduce che qualunque tipo di situazione venga fatta conoscere al cane, nel periodo di crescita psichica e apprendimento maggiori, se si rivelerà non “dannosa” smetterà di essere causa di reazione evidente. A prescindere dal fatto che la reazione sia di tipo negativo (paura o eccessiva aggressività) o positivo (risposta corretta e sicura alla potenziale situazione ritenuta minacciosa). La maggioranza delle tecniche di rinforzo positivo agiscono su questo concetto di base: far conoscere e comprendere al cane che quella situazione in cui si trova, quella richiesta di comportamento che gli viene chiesta, portano beneficio (bocconcino, complimento, rinforzo positivo) e quindi non sono per il cane negative. Un soggetto di tempra medio/bassa, ad esempio, che vive costantemente a contatto con rumori forti ed improvvisi (auto, moto, treni) sarà sicuramente meno propenso a ritenere uno sparo come un rumore molesto e quindi reagirà con una indifferenza maggiore di quella che può avere un soggetto di forte tempra ma che sente quel suono acuto e potente per la prima volta. Lo stesso dicasi per cuccioli cresciuti in età neonatale a contatto con innumerevoli suoni differenti rispetto a soggetti cresciuti in ambienti ovattati e senza altro rumore che quello prodotto dai cuccioli e dalla madre.
La tempra, quindi, è una delle componenti caratteriali che più dovrebbe essere valutata e qualificata in un test attitudinale ma è anche una componente dove l’intervento ambientale deve assolutamente essere distinto dalla eredità genetica.
Non bisogna però cadere nell’errore di associare la tempra con la mordacità. Anzi, più che accoppiate, sono in realtà inversamente proporzionali. Un soggetto dotato di forte tempra, sicuro di sè in maniera totale e naturale, come solo il suo retaggio genetico gli permette, al di là e ben oltre la socializzazione, i rinforzi positivi e qualunque altro aiuto ambientale, sarà raramente propenso ad usare le “maniere forti” e cioè i denti. Difficilmente riterrà necessario questo strumento di attacco/difesa fornitogli dalla natura, perchè difficilmente proverà una sensazione di alto pericolo davanti alla maggioranza delle situazioni e minacce. Non solo perchè le conosce, se le conosce, ma soprattutto perchè sicuro di sè e della sua forza innata nel superarle o sconfiggerle.

IMPULSO PREDATORIO
Il significato di questa componente caratteriale è insito nel suo stesso nome: indica l’istinto naturale del cane nei confronti di una potenziale preda. Originariamente la preda era l’animale selvatico, e l’istinto predatorio era per qualunque canide necessario alla sua sopravvivenza. Era il primo degli aspetti caratteriali selezionato dalla natura. Un cane che non possedeva istinto predatorio, non cacciava e quindi era destinato a soccombere. A questo istinto, altre componenti come la tempra, la curiosità, la combattività davano forza e persistenza, ma alla base vi doveva essere la scintilla che faceva partire il cane all’inseguimento della preda. Tutti i cani, di tutte le razze, nel loro patrimonio genetico ereditato dalla notte dei tempi, hanno e conservano questo impulso predatorio. La selezione e differenziazione razziale attuata dall’uomo ha separato razze con un impulso alto e ricercato, da altre dove l’impulso predatorio è minimo e indesiderato. In tutte le razze che “lavorano” questo istinto è ricercato. Più il cane lo possiede più è ritenuta una qualità, naturalmente entro i limiti di un possibile controllo e indirizzamento utilitaristico da parte della componente umana che lavora in squadra col cane.
Il punto iniziale scatenante la reazione predatoria istintiva è il movimento repentino e improvviso messo in atto dalla fuga dell’animale/oggetto. Il tutto, in condizioni reali, unito all’odore della paura/adrenalina emessa dall’animale in fuga.
Per questa ragione, in base a quanto appena premesso, nell’insegnamento al cane delle discipline sportive di utilità e difesa, si fà grande leva sull’istinto predatorio dell’animale.La preda diventa il figurante ed il salsicciotto, la manica, il costume sono l’obiettivo da mordere per soddisfare questo istinto. Così come la pallina data alla fine di un esercizio ben eseguito, diventa un notevole rinforzo positivo per un cane con predatorio ben sviluppato.
L’uso del termine “discipline sportive” e della definizione  di predatorio “ben sviluppato” non è casuale. L’istinto predatorio, innato, è una delle componenti caratteriali più influenzate dall’ambiente ed influenzabili dall’uomo nella fase di sviluppo del cane. Cuccioli che vengono costantemente stimolati con similprede quali straccetti, corde, palline o altro, lasciando loro la vittoria finale, la conquista del trofeo conteso, consolidano e sviluppano il desiderio di predare con rinforzi positivi che li porteranno a cercare situazioni analoghe di soddisfazione anche in età adulta. Ma la preda non è una minaccia, anzi è un premio. E per il cane, sviluppato e rinforzato sul predatorio, il mordere in una disciplina sportiva la manica imbottita dell’uomo “minaccioso” secondo canoni e atteggiamenti precostituiti e conosciuti è equiparabile al mordere un selvatico che messo alle strette cerca di difendersi. Un selvatico/uomo che il cane conosce e riconosce come non pericoloso e inferiore per forza e potenza, secondo esperienze precedenti già vissute che lo hanno rinforzato positivamente nel portare avanti l’azione di attacco.
Generalmente, nei molossoidi, il predatorio è raramente insito in maniera forte alla nascita, naturalmente con tutte le varianti ed eccezioni del caso fra razze diverse e singoli cani. Il cane Corso, però, usato in passato anche in attività venatorie, per la caccia al tasso e ad altri animali tipici del sud italia, ha genericamente un predatorio discreto, soprattutto in età infantile, che può venire stimolato, rinforzato e indirizzato.
Questo tipo di azione/reazione/comportamento/attacco non ha però niente a che vedere con una reazione reale ad una minaccia. Il predatorio è una componente giustamente utilizzata nella preparazione di cani alle discipline sportive di utilità e difesa, ma per la valutazione di un soggetto dal punto di vista delle attitudini alla guardia e alla difesa reali, lo svolgimento di un attacco fatto sulla base del rinforzo positivo ad un comportamento predatorio è poco significativo se non fuorviante. Il cane deve focalizzare la sua attenzione e reazione sulla minaccia, il più reale possibile, e non sulla manica/preda. In questo genere di valutazione, l’istinto predatorio è principalmente ininfluente e può confondere la vera origine dell’attitudine alla guardia e difesa di persone e proprietà.

POSSESSIVITA’
La possessività si può descrivere come l’attitudine del cane a ritenersi proprietario di qualcosa. E’ quella componente caratteriale che permette al cane di riconoscere il proprio territorio come una proprietà e quindi, sulla base di altre componenti caratteriali come ad esempio la tempra che gli fornisce la sicurezza necessaria, di difenderle. E’ importante comprendere come la possessività in sè stessa non sia un elemento che qualifica le potenzialità alla guardia, ma un mezzo che rende il cane desideroso di proteggere e mantenere il possesso di quello che ritiene suo. La possessività può venire rinforzata dall’ambiente circostante. Il classico esempio è quello del postino che passa davanti alla casa del cane che gli abbaia e ringhia, proteggendo da dietro il cancello la proprietà.  Il cane difende qualcosa che ritiene suo e del suo gruppo/branco. Il postino, che finito il suo compito di consegna della posta, dopo pochi attimi si allontana, per il cane equivale ad una conferma che il suo abbaiare e ringhiare ha avuto successo e l’intruso è stato scacciato. Questa azione del cane/reazione del postino è un grande rinforzo positivo che aumenta la sicurezza del cane sulle sua forza. In maniera analoga agisce il figurante che si avvicina minaccioso e al primo abbaio si allontana come a voler scappare spaventato dalla reazione del cane, rinforzandogli la sicurezza nel reagire aggressivamente alla minaccia.
Questo esempio spiega come la combinazione di possessività e rinforzi positivi a reazioni di difesa del possesso siano molto utili nel dare al cane quella sicurezza a reagire che magari la tempra di per sè mancante non consentirebbe. Se a ciò viene aggiunta una dose di predatorio sufficiente a far interessare il cane al salamotto/ manica del figurante, facilmente si potrà avere un soggetto che morde con gioia la manica della “minaccia”,  ritenuta e valutata come pericolosità alla stregua di una preda che ha già ripetutamente confermato di essere inferiore al cane scappando e concedendogli la vittoria (manica) alla fine dello scontro/gioco.
La possessività è una componente indispensabile in un cane da guardia, ma in un test attitudinale va valutata in maniera specifica e separata. Altrettanto, ne va riconosciuta l’influenza, se apportata, ad altre componenti. Il soggetto che dopo aver morso non lascia la presa, sta agendo in protezione dell’oggetto ambito, difende il possesso del simulacro della preda: la manica imbottita. Non sta difendendo la persona, ed è inefficace nello svolgimento di questa mansione, in abito reale, se è focalizzato sulla preda e non presta attenzione a eventuali nuove minacce verso l’uomo che lo conduce (che per essere corretti e coerenti in una valutazione realistica dorebbe essere una persona non solo conosciuta ma facente parte del gruppo quotidiano con cui convive e di cui si sente parte integrante).

VIGILANZA
Lo indica l’aggettivo da cui deriva: si dice di un soggetto che è vigile quando dimostra di essere sempre attento a ciò che lo circonda, recettivo verso rumori, odori, movimenti o qualsiasi variazione dell’ambiente circostante.
E’ evidente quanto la vigilanza sia una componente caratteriale fondamentale in un cane da guardia e difesa, ma in realtà lo è a prescindere dalla razza. L’opposto di un cane vigile è un soggetto apatico, senza curiosità e privo di reazione a stimoli di qualunque genere.
Certamente la componente di partenza è genetica, e deve essere alta. L’ingerenza ambientale, e più specificatamente la mancanza di stimoli quotidiani, può “addormentare” o rendere frenetica questa attitudine caratteriale. Il cane, privo di stimoli, segregato in un ambiente magari anche confortevole ma monotono e noioso, può arrivare a non interessarsi a ciò che lo circonda e quindi entrare in uno stato di apatia perenne che si ripercuote anche sul fisico, con condizioni di obesità e demuscolatura. All’opposto, se altre componenti caratteriali e la sua costituzione fisica, soprattutto endocrina, lo stimolano fortemente ad essere attivo, può andare verso una iperattività frenetica, eccessiva e quasi demotivata, al solo scopo di scaricare le energie represse.
In una valutazione attitudinale, la vigilanza dovrebbe essere comunque sempre evidente ma soprattutto slegata dalla pregressa conoscenza del luogo e del territorio. Un soggetto attento perchè in attesa del figurante che gli fornisce il mezzo per scaricare le energie  represse mordendo la manica non è un soggetto necessariamente vigile in un contesto reale, estraneo, dove deve essere recettivo verso ciò che non conosce e discernere i potenziali pericoli in funzione del modo di muoversi, avvicinarsi, in relazione al loro rumore ed odore.

CURIOSITA’
Consiste nella capacità del cane ad interessarsi di tutto ciò che lo circonda, in maniera naturale, spontanea e vivace. E’ quella componente caratteriale che permette al cane di scoprire nuove cose, nuove situazioni ed eventualmente nuovi pericoli. Volendo, è da considerare una prima fase della vigilanza, indirizzata e sviluppata in maniera positiva. E’ quella componente caratteriale che permette al cane, curioso e quindi anche ansioso di apprendere, di prestare interesse agli insegnamenti dell’uomo, facilitando l’educazione e quindi l’instradamento socioambientale dei comportamenti innati.

AGGRESSIVITA’
Esistono intere biblioteche di libri che parlano dell’aggressivtà del cane.
E’ stata sezionata, analizzata, sviscerata in tutte le sue sfaccettature e differenze.
Si parla di aggressività da dominanza, da paura, predatoria. E ancora esiste l’ aggressività possessiva, quella territoriale, l’agressività protettiva, l’aggressività rediretta. Probabilmente sezionando ulteriormente questa componente caratteriale se ne possono elencare altri cento tipi diversi e riempire pagine di distinguo e precisazioni.
Nelle varie definizioni di ogni diverso genere di aggressività è insito e chiarito in maniera abbastanza evidente quale sia la causa scatenante, pertanto è superfuo e sarebbe un mero esercizio dialettico illustrarne ogni diversa sfaccettatura.
Di base, semplicemente e precisamente, l’Aggressività è quella componente del carattere che permette al cane di usare il suo strumento di attacco e difesa più risolutivo: i denti. E’ quindi la capacità istintiva, la reazione naturale e impulsiva del cane di opporsi con la forza (i denti) a un pericolo, a combattere fino al livello più alto per il proprio territorio, per il proprio branco o per proteggere la sua stessa vita.
E’ evidente come sia una componente indispensabile alla sopravvivenza, insita nel corredo genetico del cane. E’, alla stessa stregua della tempra, una delle discriminanti che da un punto di vista comportamentale separano una razza dall’altra. In una razza da utilità e difesa, il grado di aggressività deve essere abbastanza alto, soprattutto se adibita alla difesa e protezione di persone od animali. Questo non significa che deve essere ricercata una aggressività veramente alta, in quanto un eccesso di reazione istintiva mediante l’uso dei denti rende un soggetto poco affidabile e difficilmente controllabile.
L’aggressività può essere modificata dall’ambiente e dall’educazione, incanalandola e “regolamentandola” ma difficilmente può essere instillata in un cane, se non con metodi molto cruenti e coercitivi. Anche in questo caso, comunque, il risultato sarà quello di una mordacità più che di una aggressività, principalmente originata dalla paura.
In una prova caratteriale, la capacità del cane di mordere con convinzione e sicurezza è decisamente elemento di valutazione importante sulle qualità di un soggetto da guardia e difesa. Va valutato il saper mordere inteso come risposta fatta coi denti ad una minaccia, non la qualità o il tipo o la forza e durata del morso. Queste discriminanti sono principalmente frutto di apprendimento e addestramento, mentre l’uso dei denti è retaggio genetico e va valutato come tale.

COMBATTIVITA’
Consiste nella capacità del cane di rispondere e opporsi fermamente, con forza, lottando senza cedere, nei confronti della minaccia che ha inizialmente stimolato la sua aggressività. E’ quella componente caratteriale (eventualmente ma non necessariamente valutabile in maniera singola) che permette al cane di proseguire l’aggressività iniziale facendo uso della tempra che possiede. Se l’aggressività viene valutata come la capacità di arrivare a mordere, la combattività va considerata come il persistere nel mordere da parte del cane anche a fronte di una reazione altrettanto aggressiva da parte della minaccia. In realtà la combattività in ambito di valutazione caratteriale è difficile da scindere sia dalla aggressività che dalla tempra, in quanto perchè il minacciante si riveli altrettanto aggressivo occorrerebbe una condizione reale, dove l’uomo o l’altro animale risponda con una concreta e reale azione dolorosa mediante strumenti atti a ferire (uomo) o denti (altro animale).

CORAGGIO.
Per questa componente vale più o meno quanto detto per la combattività. Consiste nella capacità del cane di affrontare un pericolo sapendo precedentemente ed essendo quindi conscio della pericolosità della situazione e dei rischi che corre per la sua incolumità, affrontandolo senza preoccuparsi delle conseguenze. Come per la combattività, è difficile da creare artificialmente una situazione di prova valutativa realistica. Un cane coraggioso è il cane che in attività di polizia, dopo essere stato ferito da un coltello, le volte successive comunque affronta l’uomo armato senza preoccuparsi di essere ferito nuovamente e provare per una seconda volta dolore. Inoltre, questo genere di componente, è in contrasto con lo spirito di sopravvivenza insito in ogni specie animale, e se non per particolari mansioni, non è necessario che il coraggio sia molto alto, fermo restando un corretto livello di tempra, aggressività e combattività.

Quindi, ricapitolando,  per la valutazione del carattere in funzione dell’attitudine ereditaria e trasmissibile in riproduzione, un test corretto e coerente, in un soggetto sotto esame dovrebbe verificare e qualificare queste componenti nella loro origine genetica.
Socialità – Curiosità – Vigilanza – Predatorietà – Possessività – Tempra – Aggressività –  Combattività – Coraggio.

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