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Come ho scoperto il cane Corso: il metodo di indagine da me seguito

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Tratto dal 1° Convegno Nazionale
CIVITELLA ALFEDENA – 16/17 Giugno 1990

Il Cane Corso
Caratteristiche e contributi per la definizione dello standard.

Come ho scoperto il cane Corso: il metodo di indagine da me seguito.

di Paolo Breber

Quando nel 1973 mi sono trasferito per motivi di lavoro in provincia di
Foggia. il prof. Giovanni Bonatti, di Pegognaga, studioso delle razze canine.
mi scriveva una lettera in cui diceva tra l’altro: «…ha notato in quei luoghi
un cane molossoide a pelo corto, differente dal Mastino Napoletano, simile
al bulmestif, rassomigliante al cane da presa di Maiorca? Mi assicura il prof.
Ballotta di aver visto di questa antica razza pugliese parecchi esemplari. A
me è sfuggita, e non ho trovato alcuna menzione negli scrupolosi naturalisti
dell’ottocento». E Stato tale quesito a far partire la mia indagine.
La suddetta indicazione era una base assai tenue poter individuare
la razza; non era né una descrizione morfologica all’infuori della definizione di «molossoide», né diceva che funzione svolgesse, né presso chi
trovarla. Ho iniziato la mia ricerca chiedendo ad alcuni conoscenti foggiani.
in primo luogo all’amico Luigi di Loreto. Tutte le persone che avevano ricordi che risalivano agli anni ’50 o prima non hanno esitato a dire che il cane
che cercavo era il Cane Còrso.
Questa individuazione del nome è Stato il prirno fatto importante in questa indagine. «Cane Còrso è un termine d’uso corrente in Capitanata tra
la gente di paese e di campagna (ho raccolto sinanche un detto: “brutt’ come
nu cane cors”) ma non è una parola dialettale. Una ricerca e non sistematica mi ha fornito questi illustri precedenti:

«Canum ex Corsica (Kursshund) in Italia. Romae praecipue, usum esse
aiunt adversus apros & boves feros. Konrad Gessner. 1551. De Quadrupedibus.

«ll Corso ha gran possanza, ardito assale
La fera, e la ritien: poiché l’ha presa,
Sciorre il dente non sa; ma poco vale
per raggiungerla poi, che in fuga è stesa:
Non ha dal ciel sortita al nome eguale
Prestezza il corpo suo, che troppo pesa:
E la virtù diffusa in si gran seno
Mal lo riempie, e ne vien tosto meno».
Erasmo da Valvassone. 1591, Della Caccia. V. 78

Questo termine l’ho inoltre riscontrato in: Innocenzo Malacarne, 1851,
Compendio di Storia Naturale, Milane:k Giovanni Omboni, 1852, Elementi di
Storia Naturale, Milano. Francesco Minà Palumbo, 1868, Catalogo dei Mam-
miferi di Sicilia, Annali Agr. Sic. XII, 2 serie, Palermo.
Quale è la radice di questo etimo? La spiegazione più facile è quella da.
ta dal Gessner ma Bonatti propendeva per una derivazione celtica con significato di forte, grezzo come nella parola inglese «coarse».
Molto comune fino a non molti anni fa, ora però nessuna delle persone
da me inizialmente intervistate era in grado di riferirmi degli avvistamenti
recenti del corso. Comunque, da questa fonte ho avuto le prime indicazioni
sull’indole e sulla funzione della razza.
Uno dei suoi compiti era quello di difendere il carro con il suo carico.
Sebbene gli autocarri esistano da molti decenni, l’uso di trasportare le merci con trazione equina è scomparso molto gradualmente. Ancora oggi è possibile noleggiare carro e cavalli in piazza a Foggia. Questo tipo di trasporto è lento con lunghi tempi di percorrenza. Ciò lo rende particolarmente vulnerabile agli assalti dei ladri. Oltretutto, d’estate si preferiva viaggiare col fresco della notte ed il carrettiere volentieri si addormentava. La necessità di
un forte cane da guardia al seguito è evidente con la conseguenza che il corso era un annesso immancabile al carro.
Un altro ruolo di questo cane era quello di braccio destro delle guardie
campestri. Dopo la mietitura tutti abbandonavano le masserie che restavano cosi deserte nei mesi estivi. Per salvare le case dal saccheggio da parte di malviventi si usava lasciare un uomo, guardiano solitario, il cui unico compagno era un corso. Questa convivenza, da soli notte e giorno, generava uno straordinario affiatamento tra uomo e animale, e ciò portava il docile e sensibile corso a delle manifestazioni di intelligenza straordinarie. Questa intimità portava ad una ubbidienza ottenuta con metodi del tutto personali e
a volte il padrone riusciva a comunicare i suoi ordini con segni impercettibili alle altre persone presenti.
Ricca è la aneddotica tesa ad illustrare la sagacia e duttilità della razza.
I seguenti sono gli episodi che ho sentito più spesso o mi sono rimasti
nella memoria. Divertente è il caso di quel cane che, pattugliando da solo
la masseria con le sue dipendenze, trovò di notte un ladro di polli che si stava introducendo carponi in un foro praticato nel recinto. Lo afferrò per il fondo dei pantaloni e lo tenne cosi per lungo tempo, senza scomporsi e senza danni, finché non arrivò il guardiano.
Classica e frequente è la storia del cane che di soppiatto va in paese a
cercare soccorso per il padrone assediato nella masseria dai ladri. Più particolare è quella vicenda in cui l’uomo, volendo prendere il fucile con neri intenti a causa di una lite, venne affrontato dal suo stesso corso che in nessun modo gli permise di prendere l’arma finché la sua mente restava accecata dall’ira.

Spesso raccontata è la storia del corso e del venditore di cocci.
Qui il cane accompagna il suo padrone a comprare una brocca nel giorno
di mercato. Il venditore di vasellame ha tutta a sua merce esposta in terra
ed invita il cliente a scegliersi l’articolo. A questo punto è il cane che prende
l’iniziativa e va deciso a prendere precisamente quel vaso usato dal commerciante per riporre i soldi delle vendite, con molta ilarità dei circostanti. Oppure quell’altro burlone che mandava il suo corso a rubare le zucche nell’orto del vicino senza farlo scorgere ordinandogli di strisciare sul ventre.
Questi “vecchi” che mi avevano per primo parlato del corso lo avevano
descritto senza avere esemplari in carne ed ossa da mostrarmi, per cui se
aveva capito abbastanza bene l’indole, l’attitudine e la funzione, la morfologia e l’aspetto restavano vaghi.

Per un periodo iniziale piuttosto lungo il contatto diretto con la razza mi era sfuggito, ma finalmente vidi i primi esemplari portati fuori concorso alla mostra canina di Foggia nel 1974 e poco dopo scoprii il nucleo di S. Paolo di Civitate.
Ora avevo sotto gli occhi alcuni soggetti che mi venivano proposti come
rappresentativi ma che in realtà erano tra loro molto eterogenei. La razza
era in fase di decadenza e regressione numerica da almeno vent’anni e ciò
era evidente in questo manipolo di superstiti. Come fare per orientarmi? Come discriminare ciò che era tipico da ciò che era spurio?
Il mio primo approccio subconscio al problema è stato quello di notare
subito le caratteristiche differenti da quelle delle razze note e presenti nello
stesso areale. Il primo elemento tipico che è balzato all’occhio è stato la colorazione e la forma del pelo. Il pelo del corso è decisamente rustico: corto
ma non raso, fitto con sottopelo, aderente, duro, sulla linea del dorso diventa setoloso. Sebbene con l’esperienza di ora posso dire che sono tipici anche
manti omogenei, comuni ad altre razze, come il fulvo, il nero ed il grigio
piombo, allora sono rimasto colpito da alcune colorazioni veramente esclusive quali la tigratura nera su fondo brizzolato, la tigratura a tre componenti: nero grigio marrone, ed il manto caffè sfumato in scuro.
Dopo questo primo passo abbastanza facile, ora la mia ricerca, usando
il cosiddetto metodo per esclusione, si arenava. In molti soggetti esaminati
c’erano chiare immissioni recenti di alano, boxer, mastino napoletano, e più
antichi di levriere e mastino abruzzese. Come era possibile distinguere la
base molossoide non meglio definita del corso dalle sovrapposizioni molossoidi suddette? Il levriere portava ad un evidente sfinamento ed il mastino
abruzzese si tradisce (ma non sempre) da un allungamento e da un infoltimento del pelo, ma le altre razze menzionate danno una commistione che
allora, nella mia ignoranza di ciò che costituiva il corso, era inestricabile.
Era chiaro che non potevo stabilire lo standard facendo la media delle caratteristiche di tutti i soggetti che mi venivano presentati in quanto il pesante meticciamento mi avrebbe fatto cadere la media su valori sbagliati.
Data la situazione di decadenza della razza solo pochissimi esemplari dell’intera popolazione erano da ritenere rappresentativi dello standard.
D’altronde è errato ritenere lo standard come media delle caratteristiche di tutti i soggetti della popolazione razziale, bensi è anzitutto un ideale nella mente dell’uomo. Se l’uomo conduce una selezione efficiente, una elevata percentuale dei soggetti che compongono la razza parteciperà di questo ideale, se invece la selezione è trascurata pochi saranno rappresentativi.
In questa seconda situazione si trova il Cane Còrso
Perciò per stabilire lo standard bastava al limite trovare anche un solo
soggetto sul quale tutti gli intenditori fossero concordi. Anche volendo esprimere lo standard come una media, sarebbe stato necessario scartare preventivamente tutti gli individui non sufficientemente rappresentativi. E questa cernita l’avrebbe potuta fare solo chi già conosceva il corso dai tempi migliori. In conclusione, la mia indagine, prima ancora di essere un reperimento di esemplari, è consistita in una lunga serie di interviste e chiacchierate con pastori vaccari e contadini e altri testimoni autentici. Dovevo raccogliere la tradizione vivente.
Non è facile codificare ciò che viene raccontato. Anzitutto c’è un problema
di linguaggio in quanto i termini non sono mai oggettivi; si parla di grande,
piccola lungo, corta etc. Spesso la gente ha la tendenza di dire ciò che pensa
faccia piacere o effetto a chi ascolta. Una volta, chiedendogli dove aveva preso
i suoi cani corsi mi sono sentito dire da un campagnolo che venivano da Milano.. Per un meccanismo psicologico ineluttabile un proprietario di cani tende a definire lo standard sui propri soggetti. Dopo più di quindici anni che studio la razza e dopo aver osservato diverse decine di soggetti sparsi nelle provincie di Campobasso, Benevento, Bari, ma soprattutto Foggia, la mia attenzione si è fermata su alcuni le cui misure morfologiche qui riporto in appendice e che ritengo definiscano il Cane Còrso. La struttura è quella di un cane dalle proporzioni naturali, dall’ossatura e muscolatura un corpo ben legato, efficiente in grado di condurre una vita di movimento sui pascoli ed in campagna per essere un molosso puro ha un corpo slanciato. La pelle è ben tirata sul collo e la testa, le labbra non sono carnose o gonfie Osservato lateralmente il profilo del muso non forma rigonfiamento sotto al tartufo. Le orecchie sono tagliate corte lasciando solo una piccola punta dritta; la coda si taglia in nodo da lasciare nel cane adulto un mozzicone di circa 20 cm.
Le mie misurazioni includevano in tutto 22 parametri per soggetto ma qui ho voluto riportare solo quelli che al momento attuale della razza ritengo significativi: individuazione della taglia e caratterizzazione del capo.

ALTEZZA AL GARRESE
Uagliò 64,5 cm, Bruno 61, Rocco 67, Gemma 58. Diana 58;
LUNGHEZZA DEL TRONCO
Vagliò 73,5, Bruno 74, Rocco 76,5 Gemma 65.5 Diana 70;
LARGHEZZA DELLA TESTA AL MEATO UDITIVO
Vagliò 14, Bruno 12. Rocco 13, Gemma 14. Diana 10.5;
LARGHEZZA DELLA TESrA AGLI ZIGOMI
Uagliò 15. Bruno 15, 16,5. Gemma 14.5. Diana 14.5;
LARGHEZZA DEL MUSO ALLA RADICE
Uagliò 9, Bruno 8, 7, Gemma 9, Diana 6,5;
LUNGHEZZA DEL MUSO
Uagliò 10. Bruno 8,5. Rocco 9. Gemma 9. Diana 8;
WNGHEZZA DEL CRANIO
Uagliò 15,5. Bruno 14,5, Rocco 15,5. Gemma 12,5, Diana 15;
ALTEZZA DELLA TESrA
Uagliò 17, Bruno 13.5, Rocco 14. Gemma 12.5. Diana 13;
ASSI CRANIOFACCIALI
Uagliò convergente, Bruno paralleli. Rocco par. Gemma ccmv, Diana (non rilevati);
MASCELLE
Uagliò tenaglia, Bruno ten, Rocco ten, Gemma ten, Diana prognate:
OCCHIO
Uagliò scuro, Bruno chiaro, Rocco scuro, Gemma scuro, Diana nocciola.

Purtroppo non sono riuscito a prendere il peso dei suddetti soggetti. Ho
potuto pesare solo Diana che pesa 44 kg. Lo Stesso proprietario U. Leone,
possiede un maschio tipico che però non ho incluso tra i soggetti presi in considerazione in quanto troppo giovane essendo nato il 20-VIII-88, che pesava all’inizio del ’90, 44 kg.

Paolo Breber

Copyright Editrice L’ Orsa S.R.L. 1990

Si ringrazia Paolo Breber per la gentile concessione e collaborazione.

 

 

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