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Molosso e Mastino

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Nella letteratura cinofila ricorrono frequentemente i termini “molosso” e “mastino” per indicare genericamente cani del tipo Mastino Napoletano, Dogue de Bordeaux, Mastiff, Cane Corso, ecc. È interessante rimarcare, però, che questi termini sono stati usati in passato, e ancora oggi nel caso di “mastino”, per indicare un altro tipo di cane completamente diverso dal suddetto. Entriamo nello specifico cominciando con “molosso”.

Nel glossario cinofilo corrente ciò che s’intende per “molosso” è stato codificato da Pierre Mégnin verso la fine del 19° secolo (Le Chien et ses Races. Histoire, Origine, Description. Voll. I-III. 1889-1891. Ed. Vincennes). L’autore classifica il cane in quattro fenotipi: “lupoide” (e.g. cani nordici, cani da pastore del tipo toccatore, volpini), “braccoide” (e.g. spaniels, bracchi, segugi), “graioide” (e.g. levrieri, podenchi) e “molossoide”. Quest’ultimo è descritto con le seguenti parole: “Il tipo molossoide ha la testa massiccia, tondeggiante o cuboide; orecchie piccole e cadenti; muso corto; labbra lunghe e spesse. Corpo massiccio, arti generalmente con cinque dita, sia davanti sia di dietro. Tipo normale di taglia molto grande. Vi rientrano i doghi, i cani di montagna, i mastini, i cani di Terranova, gli alani, i bulldogs, i carlini, etc.”.

Il Molosso compare citato per la prima volta in assoluto in una breve descrizione nientedimeno di Aristotele (384-322 a.C.) il quale, nel periodo in cui faceva da tutore ad Alessandro, lo poté personalmente osservare nel nord della Grecia presso il popolo omonimo. Così egli ce lo descrive nella Historia Animalium “Quando usato per la caccia il cane dei Molossi non è preferibile a quelli di altre parti ma nella pastorizia non ha eguali in ragione della sua grande taglia e coraggio nell’affrontare le fiere.” Qui, oltre alle sue grandi dimensioni, non c’è altro su cui ragionare riguardo all’aspetto, ma dal modo come veniva impiegato doveva essere un cane pastorale simile a quelli che ancora oggi vediamo adibiti alla difesa del gregge, e che a volte, come in Spagna, vengono prestati alla caccia al cinghiale. Quindi, se il Molosso di Aristotele era un cane pastorale come, ad esempio, il nostro Abruzzese non avrebbe avuto le sembianze di un “molossoide” secondo Mégnin!

Facendo un salto di parecchi secoli leggiamo in un trattato del ‘700, “La Ragion Pastorale” di S. Di Stefano (Napoli, 1731) il seguente passo: “… parleremo solo di quei cani, che sono utili, e necessarj ad una greggia di pecore, e da Columella, pecuarii (sic), da Apuleio, pastoritii, da Virgilio, molossi, da Molossia Città d’Epiro, e da altri, mastini, sono volgarmente chiamati. Ed invero le pecore, che più degli altri animali hanno bisogno di aiuto, da niun’altri possono essere custodite, e difese, da sudetti cani pastorizii, fidelissimi, e diligentissimi guardiani.” (Vol. I, pp. 195-201).

Si resta perplessi nel vedere il termine “molosso” usato per indicare cani pastorali come il nostro Abruzzese che non corrispondono affatto al “type molossoïde” di Mégnin (per l’interpretazione di “mastino” vedi più avanti).

La soluzione dell’apparente inconciliabilità si trova in un testo ungherese del ‘700 (Grossinger, 1793) dove si legge “Quei cani che spiccano per grande mole portano il nome di Molossi. Questi sono di due tipi. Uno ha il muso pronunciato, il capo tondeggiante, le labbra pendule, e lo sguardo vivo; corti sono ambo i pelami (n.d.A. borra e giarra); le zampe sono robuste e solide; e il colore è spesso vario. I pastori mantengono specialmente cani dal lungo pelo per accudire le greggi, dal manto interamente bianco che mai deve assomigliare a quello del lupo; hanno la coda assai folta; vivono in campagna e difficilmente si vedono in città; sono chiamati Komondor, Kamas e Kuas”.

Perciò, prima della codificazione di Mégnin, per “molosso” s’intendeva semplicemente un cane di grande taglia qualunque fossero le altre sue caratteristiche. Di conseguenza, sia il cane da presa, come l’attuale Cane Corso, sia il cane pastorale, come l’attuale Abruzzese, erano considerati “molossi” poiché la grande statura li accomunava e li distingueva rispetto a tutti gli altri cani.

Passiamo ora a considerare il termine “mastino”. Pure in questo caso, oltre a indicare il tipo molossoide/cane da presa come si usa al giorno d’oggi, serviva una volta a indicare anche il cane pastorale, ed ancora oggi i pastori d’Abruzzo e di Spagna chiamano “mastini” quei loro cani adibiti alla difesa dal lupo. Riporto di seguito alcune testimonianze a dimostrare quanto appena affermato.

L’accezione pastorale del termine “mastino” che si trova nella appena citata “La Ragion Pastorale” la si incontra anche nell’edizione del 1612 del Vocabolario degli Accademici della Crusca che recita: “Spezie di cane che tengono i pecorai a guardia del lor bestiame”; definizione ritrovata ancora nella edizione del 1922 del Vocabolario Zingarelli della Lingua Italiana: “cane dei pastori a guardia del gregge”. I cani di questo tipo, di cui l’Abruzzese è rappresentativo, nulla hanno delle fattezze del molossoide del Mégnin. Il “mâtin” riportato da Buffon nella sua Storia Naturale (1749) non presenta la benché minima traccia molossoide (v. fig.). Un altro autore francese, J. Dunoyer de Noirmont (1868) scrive: “Sarebbe difficile determinare esattamente i caratteri fisici del mastino che è una razza molto mista. Ce n’è a pelo raso e altri a pelo ruvido. In generale sono cani grandi, vigorosi e molto leggeri, avendo la testa lunga, il muso appuntito, la fronte piatta e le orecchie semierette”. Per quanto riguarda la funzione del “mâtin”, i testi francesi lo indicano chiaramente come un cane da pecora per la difesa contro il lupo (J. De Brie, 1514; M. Baudrillart, 1834).

Per gli inglesi, invece, il mastino è decisamente il molossoide di Mégnin. Abraham Fleming così descrive il “mastyne” nel suo lavoro Of Englishe Dogges (1576): “grande, imponente … di corpo pesante e greve, e quindi di poca sveltezza … serve a sorvegliare e difendere i casolari … incalzare porci domestici e selvatici … assalire e prendere il toro per le orecchie …la potenza della presa dei loro denti è da non credere, …”.

Come conciliare il fatto di due cani completamente diversi tra loro (non solo nel fisico ma anche nell’indole) siano ambedue chiamati mastini?

Per risolvere l’enigma bisogna andare alla radice dell’etimo “mastino”. In alcuni dizionari si fa derivare la parola dal latino “mansuetinus”, ovvero “mansueto”, ma non trovo che questa caratteristica distingua il mastino, specialmente nel caso del cane pastorale che è assai poco mansueto. Altre proposte danno l’origine dal francese “mêtif”, cioè “meticcio”. Meticciamenti si sono sempre fatti, ma all’origine il cane da presa e il cane pastorale sono tipi puri, fissati da millenni. Secondo, poi, il Muratori (Antichità Italiane, II, 1760) la radice sarebbe la parola tedesca “Mast” che indica l’ingrasso del maiale e, quindi, per estensione “grosso”. Ma l’immaginazione stenta ad associare la visione del maiale ingrassato con la prestanza del mastino.

La chiave di tutto sta nella radice latina “mas” che si traduce “maschio” e che in un italiano desueto, ma vivo ancora in toscana, si dice anche “mastio”. Dire “mastino”, perciò, è come dire “mascolino”. Ma cosa s’intende con questo aggettivo? Bisogna sapere che in tempi passati le razze canine venivano distinte in maschili e femminili. Le razze maschili sono quelle dove è presente un pronunciato dimorfismo sessuale mentre in quelle femminili maschi e femmine si assomigliano. Ora, se osserviamo il cane da presa tipo Cane Corso e il cane pastorale tipo Abruzzese c’è un solo aspetto che li accomuna (a parte la grande taglia, come appena detto): la spiccata differenza morfologica tra il soggetto maschile e quello femminile. In conclusione, per “mastino” s’intendeva in passato un tipo di cane dove è presente un accentuato dimorfismo sessuale.

di Paolo  Breber

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Paolo Breber, di professione biologo, si interessa di cani da quando era ragazzo, ormai molti anni or sono. Egli ama avere accanto a sé un cane, ma al di là di questo sentimento privato ciò che trova obiettivamente affascinante è la storia culturale dell'animale. Considerando che le molte razze di oggi derivano tutte da alcuni tipi basilari già perfettamente formati migliaia di anni fa, l'abilità mostrata da remote culture nel creare tipi come il levriere, il cane da fiuto, il cane da presa, il cane pastorale, ecc., sviluppandoli da forme indifferenziate, rivela una finezza che egli considera alla stregua di ciò che l'uomo ha espresso più famosamente con i monumenti d'arte, la letteratura e l'architettura. È questo il pensiero che ha ispirato le sue ricerche. Breber ha incontrato il cane da corso negli anni Settanta quando questo era sul punto di scomparire e ciò lo ha portato ad attivare un progetto per salvare il residuo patrimonio genetico. Le cose da allora sono andate avanti e qui vengono raccontate le varie vicissitudini legate al recupero della razza. Breber scrive articoli e libri sui cani dal 1969.

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