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L’importanza del nome

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di Paolo Breber

Il nome “Cane Corso” o semplicemente “Corso” attribuito alla razza che conosciamo, suona alquanto bizzarro al cinofilo di oggi. Quando la razza era sul punto di valicare la fatidica soglia della cinofilia negli anni 1970, giravano già le proposte di chiamarla “Molosso Pugliese”, “Dogo Pugliese” e “Mastino Pugliese”: un nome nuovo per un cane nuovo! Ma io insistetti affinché si conservasse la denominazione raccolta dalla viva voce degli anziani. Il mio intento nel ricercare questo cane era di preservare una entità storica e culturale, e non quella di ricavare del materiale genetico dal quale ottenere una razza nuova da lanciare nel mondo della moda cinofila. Per me si trattava di un elemento culturale il cui valore stava nel ruolo importante che aveva svolto accanto all’uomo nel corso dei secoli. Restava comunque la domanda di dove saltasse fuori il nome di “Cane Corso” perché non aveva riscontro nella corrente parlata cinofila e causava per di più una certa perplessità tra gli appassionati.

La più recente citazione del nome di cui sono a conoscenza è del 1941 e si trova nel Dizionario della Lingua Italiana di Caccia di P. Farini e A. Ascari, Garzanti ed. Sotto le varie definizioni di “muta di cani” c’è ne una che legge “Con tre sorte di cani si caccia: dieci segugi, dieci levrieri, e cani grossi (da presa) specie mastini e còrsi”. Un’altra menzione abbastanza vicina ai nostri tempi si trova nell’edizione del 1922 del Dizionario della Lingua Italiana di N. Zingarelli dove sotto la voce “Corso” si legge “specie di cane grosso e feroce, di pelo nero”. Più indietro si va nel tempo più spesso s’incontra l’etimo nei testi italiani di caccia e vita campestre (Minà Palumbo, 1868; Omboni, 1852; Malacarne, 1851; Tanara, 1644; Birago, 1626; Valvassone, 1591; Gessner, 1551; Folengo, 1517). Questo nome così strano è in realtà una rimarchevole sopravvivenza di altri tempi, di cui troviamo traccia anche in altre lingue. 

Ma quale è la sua etimologia? La più facile e ingannevole è quella che indicherebbe una provenienza dalla Corsica. L’assonanza tra il nome della razza e l’abitante della Corsica può erroneamente indurre a pensare che la razza sia originaria dell’isola. Pure in tempi attuali alcuni cinofili sprovveduti hanno ritenuto di evitare equivoci sull’origine della razza aggiungendo “italiano” al nome. Di recente, poi, sono state date delle interpretazioni ancor più maccheroniche. Il nome non può derivare dal latino “cohors”, come si legge dappertutto, perché quando un vocabolo latino si trasforma in italiano non prende dal nominativo ma dall’ablativo per cui “cohors” diventa “coorte” e volendo da qui coniare un aggettivo si avrebbe più probabilmente “cortile” e mai “corso”.

Io ritengo che il termine provenga da “cors” il lemma per “corpo” nella parlata provenzale in uso durante il Medioevo in alcune parti d’Italia e nel sud della Francia (Crescini, 1905), opinione suffragata, ad esempio, dall’equivalenza nella lingua attuale tra “corpetto” e “corsetto”. Resta da capire perché mai il nostro cane viene chiamato “cane da corpo”.

Secondo il lessico cinologico antecedente il 19° secolo, i cani da presa erano distinti in quelli “da camera” che servivano per la sicurezza personale, e quelli “da corpo” usati in campagna col bestiame o per la caccia. Si tratta di un’attribuzione al cane di quelle stesse qualifiche applicate una volta al personale dipendente secondo le quali “uomo da camera” era il servitore della casa, mentre “uomo da corpo” era il servitore di campagna. È una espressione che oggi sopravvive in “guardia del corpo”. Ci sono altre prove.

Secondo il lessico venatorio tedesco del 17° secolo i cani da caccia erano distinti in “Laplender, Leibhunde, Englische Hunde, Pirschunde, Blüthunde, Leidthunde, Jagdthunde, Saüfinder, Windhund, Ruden”, dove “Leibhund” si traduce in “cane da corpo”. C’era anche il “Kammerhund” (cane da camera) ma logicamente non veniva elencato tra quelli usati nella caccia. Il cane da camera e il cane da corpo sono, perciò, lo stesso animale ma usato in contesti diversi, il primo in ambiente domestico, il secondo in campagna.

Hans F. von Flemming in “Der Vollkommene Teutsche Jäger“ (Leipzig. Martini, 2 voll. 1719) ce lo spiega bene. “I mastini inglesi che i gran signori una volta facevano venire con grande spesa dall’Inghilterra e dall’Irlanda ora vengono allevati anche in Germania. I più grandi e più belli diventano Cani da Camera perché il loro posto è nella camera da letto per proteggere i loro padroni dagli assalti notturni di assassini. Oltre a questi, altri mastini inglesi vengono chiamati Cani da Corpo e servono per cacciare cervi, cinghiali e lupi. Vanno addestrati con cura a non attaccare frontalmente ma di andare all’una o l’altra orecchia perché altrimenti verrebbero dilaniati dagli artigli dell’orso, trafitti dalle corna del cervo, sventrati dalle zanne del cinghiale e scannati dalle fauci del lupo. Nel canile vanno tenuti a catena e alimentati separatamente”

Nella edizione in lingua tedesca del 1606 (J. Lancellot, Heidelberg) della “Historia Animalium” di Conrad Gessner, tra le varie razze canine elencate troviamo il “Kursshund”. In questo caso il termine “corso” diventa “kurss” per assonanza. Il cane viene descritto come grande forte e prestante; serve nella caccia all’orso, al cinghiale e al lupo, ed è diffuso in Italia, particolarmente a Roma. Una identificazione questa che non lascia spazio a dubbi. Anche nella lingua inglese c’è una lontana traccia della parola in “Cur Dog” dove la “s” è muta; oggi così s’intende un cagnaccio qualsiasi ma per i testi più antichi si tratta di un cane grande e aggressivo impiegato come cane da presa. Nel trattato di J. Manwood del 1592 sulla legislazione forestale inglese i termini “mastino” e “cur” sono considerati sinonimi: “mastines and such like curres”. Un altro inglese, Abraham Fleming, scrivendo nel 1576, ritiene il “Cur” un cane di origine straniera … il che potrebbe suggerire una provenienza italiana. Questa non è una ipotesi così lontana perché siamo in pieno Rinascimento e l’Italia allora esportava eccellenze in tutto l’Occidente, persino nelle razze di animali domestici. Infine, c’è da considerare anche la parola inglese “coarse” che sta per “rozzo”, qualifica che i detrattori danno al Cane Corso (ma che per noi estimatori è un pregio!); ricordiamoci il vecchio detto nostrano “brutto come un can corso”. Gli inglesi amano condire il loro parlare con metafore prese dalla vita di campagna per cui il fatto che la natura “rozza” del cane italiano abbia ispirato l’aggettivo è del tutto plausibile.

Paolo Breber

Copyright 2020 www.Italian-cane-corso.com, si ringrazia l’Autore per la gentile collaborazione.

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Paolo Breber, di professione biologo, si interessa di cani da quando era ragazzo, ormai molti anni or sono. Egli ama avere accanto a sé un cane, ma al di là di questo sentimento privato ciò che trova obiettivamente affascinante è la storia culturale dell'animale. Considerando che le molte razze di oggi derivano tutte da alcuni tipi basilari già perfettamente formati migliaia di anni fa, l'abilità mostrata da remote culture nel creare tipi come il levriere, il cane da fiuto, il cane da presa, il cane pastorale, ecc., sviluppandoli da forme indifferenziate, rivela una finezza che egli considera alla stregua di ciò che l'uomo ha espresso più famosamente con i monumenti d'arte, la letteratura e l'architettura. È questo il pensiero che ha ispirato le sue ricerche. Breber ha incontrato il cane da corso negli anni Settanta quando questo era sul punto di scomparire e ciò lo ha portato ad attivare un progetto per salvare il residuo patrimonio genetico. Le cose da allora sono andate avanti e qui vengono raccontate le varie vicissitudini legate al recupero della razza. Breber scrive articoli e libri sui cani dal 1969.

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