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La selezione funzionale del Cane da Corso

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Molta strada ha fatto il Cane da Corso dai quei pochi esemplari residui del lontano 1973. Scorrendo su Internet lo vediamo diffuso in molti paesi. Ciò non fa meraviglia perché il suo ottimo carattere, forte e duttile, dotato di straordinaria empatia per il padrone, lo fa molto apprezzato. Purtroppo, il suo standard morfologico è tuttora tribolato. Per un peccato originale l’ENCI ha sposato una versione diversa da quella della razza storica e così vediamo premiati alle mostre ufficiali soggetti prognati con chiara influenza Boxer (occhi tondi molto frontali, muso schiacciato, pelle del capo rilassata, pelo molto raso, ventre molto retratto). Ciononostante, a dispetto della versione ENCI, si vedono in circolazione sempre più numerosi esemplari di vero corso, anche per il solo merito di essere semplicemente più belli!

Se ormai siamo rassicurati che, da un punto di vista delle caratteristiche morfologiche, esiste numeroso l’autentico Cane da Corso, discendente senza soluzione genetica da quello storico, ora però dobbiamo volgere la nostra attenzione alla sua funzione, al nostro cane in versione dinamica.

Qual è la funzione di questo cane? Si tratta di un “cane da presa”. Cosa s’intende con questo termine? È un cane che su comando deve “prendere”, cioè inseguire catturare e trattenere con il suo morso il bersaglio mobile indicato dal padrone. Il corso serve principalmente contro avversari più grandi di lui per cui la sua “presa”, sostenuta da un fisico possente, deve essere talmente tenace da bloccare un toro o anche un cinghiale. È ovvio, quindi, che il corso deve essere dotato di una dentatura perfetta il che vuol dire ortognata. È anche vero, però, che nella razza non è raro incontrare delle mascelle irregolari: chiusura a tenaglia o a forbice rovesciata (mai, però, vero prognatismo dove incisivi superiori e inferiori non si toccano). Come si spiega la presenza di questo difetto anche in quei primi soggetti trovati in campagna dove le severe condizioni di lavoro tendono a eliminare naturalmente i difetti strutturali? Abbiamo un indizio rivelatore in un testo dell’800.

Nel suo “Catalogo dei Mammiferi della Sicilia” (Palermo, 1868) il noto naturalista Francesco Minà Palumbo a pagine 45 scrive:

Cane corsu. Testa ottusa, e corta, muso molto grosso, orecchie all’apice pendenti, peluria cinericcia, fasciata obliquamente di nero, poca intelligenza. Catania, Petralia Sottana, Castelbuono, Palermo.

Cane corsu inglisi. Cane di forme molto robuste, la sua testa molto grossa, la mascella inferiore più sporgente sono caratteristiche di questa specie. È comune in Inghilterra, ne ho veduto in Palermo belli tipi provenienti da quella località.”

Da quanto si legge sopra si deduce che il cane corso italiano era ortognato. Il prognatismo del cane corsu inglisi, cioè il Bull Dog come era fatto allora (v. figura), è un segno che nell’800 era già iniziata in Inghilterra l’involuzione cinofila che tende a dare più importanza alle apparenze che alla funzionalità; al Minà Palumbo fecero più impressione i soggetti inglesi. Non è forse più suggestivo di ferocia e tenacia un muso schiacciato e prognato piuttosto che le forme regolari della condizione ortognata? Però, per avere una bocca efficiente (non solo per la “presa” ma anche per il generale benessere dell’animale), è la condizione ortognata quella che ci vuole. Le importazioni nell’800 di Bull Dog dall’Inghilterra non ci sono state solo la Sicilia ma anche nel resto dell’Italia; Lord Byron, ad esempio, se ne fece venire alcuni soggetti quando stava a Venezia nonostante fosse localmente comune il cane corso nostrano. In verità, in quell’epoca il nostro cane corso era diffuso e in piena forma un po’ dappertutto, gelosamente curato da carrettieri bovari macellai e porcari, e non aveva alcun bisogno di essere migliorato da importazioni, tanto più da soggetti già segnati dalla cinofilia. Tuttavia, il grande prestigio cinofilo dell’Inghilterra di allora (come tuttora) unitamente all’idea che le cose lontane sono più interessanti di quelle vicine, ha portato a delle influenze non necessarie, se non addirittura negative.

Fatte queste precisazioni, bisogna ora pensare come attuare una selezione funzionale, il che si traduce nel saper individuare quei soggetti che posseggono la “presa” migliore. Per quelli che impiegano questa razza nella caccia al cinghiale la selezione avviene sul campo e per costoro è facile individuare i migliori da destinare alla riproduzione. Ma costoro sono una piccolissima minoranza poiché quasi tutti i corsi svolgono mansioni di guardia del corpo in famiglia dove la “presa” non ha praticamente mai occasione di manifestarsi e quindi di essere selezionata. Il metodo potrebbe essere quello di simulare una situazione dove la “presa” viene chiamata in gioco. In pratica si tratta degli stessi esercizi del regolamento ENCI con qualche aggiustamento. Gli esercizi di pista non sono veramente essenziali ma si possono anche fare; ricordano quando al corso si chiedeva di trovare le scrofe partorienti nascoste nella macchia, sebbene non ci vuole molto naso per trovare la pista di un maiale! Anche qui l’ortognatismo, non comportando una riduzione della canna nasale e quindi della potenza olfattiva, come accade nel prognatismo, dovrebbe essere la condizione preferita. Gli esercizi di ubbidienza sono importanti; altrimenti un cane con così alto potenziale offensivo diventa rischioso se poco docile. Per gli esercizi di difesa del regolamento bisogna privilegiare la “presa, l’esercizio che caratterizza maggiormente la razza. Sia nella difesa a fermo dall’aggressione del figurante, sia nella cattura del figurante in fuga, va dato il massimo punteggio alla tenuta della “presa”. Il figurante non deve lasciar andare la “manica”, come avviene normalmente, ma al contrario deve tirare con forza per mettere alla prova la “presa” del soggetto. Il cane deve mollare la “presa” solo su comando del conduttore. Il punteggio nell’esercizio di cattura deve essere uguale, se non più alto, di quello della difesa da fermo.

Paolo Breber

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Paolo Breber, di professione biologo, si interessa di cani da quando era ragazzo, ormai molti anni or sono. Egli ama avere accanto a sé un cane, ma al di là di questo sentimento privato ciò che trova obiettivamente affascinante è la storia culturale dell'animale. Considerando che le molte razze di oggi derivano tutte da alcuni tipi basilari già perfettamente formati migliaia di anni fa, l'abilità mostrata da remote culture nel creare tipi come il levriere, il cane da fiuto, il cane da presa, il cane pastorale, ecc., sviluppandoli da forme indifferenziate, rivela una finezza che egli considera alla stregua di ciò che l'uomo ha espresso più famosamente con i monumenti d'arte, la letteratura e l'architettura. È questo il pensiero che ha ispirato le sue ricerche. Breber ha incontrato il cane da corso negli anni Settanta quando questo era sul punto di scomparire e ciò lo ha portato ad attivare un progetto per salvare il residuo patrimonio genetico. Le cose da allora sono andate avanti e qui vengono raccontate le varie vicissitudini legate al recupero della razza. Breber scrive articoli e libri sui cani dal 1969.

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